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> Alberto Moravia - La Ciociara, [PDF TXT - ITA] [CURA] II Guerra Mondiale - Ciclo La Guerra degli Italiani
Antone
  Inviato il: Aug 30 2007, 10:11 AM
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"...in un’immagine tutto il dolore e la miseria che una profanazione come la guerra determina..."
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:::->Dettagli<-:::

Autore: Alberto Moravia
Titolo: La Ciociara
Titolo orig.: La Ciociara
Pagine: 322 (Cartacea)
Anno: 1957
Lingua: ITA
Genere: Romanzo
Dimensione del file: 1,63 Mb
Formato del file: PDF TXT


Pubblicato nel 1957, “La ciociara” racconta la storia di una madre ed una figlia, Cesira e Rosetta, costrette a trascorrere un anno - dal 1943 al 1944 - in prossimità del fronte del Garigliano.

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Cesira è una contadina ciociara che si è trasferita a Roma con il marito pizzicagnolo, molto più anziano di lei, che la lascerà vedova. La donna è costretta, così, a gestire il negozio ed a crescere la figlia Rosetta da sola, servendosi anche della borsa nera per arrotondare. In seguito all'occupazione tedesca del '43 le due donne, con due valigie, abbandonano Roma per rifugiarsi a Fondi. Lungo la strada, però, a causa dei bombardamenti, sono costrette a fermarsi e trascorrere un anno a Sant'Eufemia in attesa degli Alleati, fermi al fiume Garigliano. Le due donne vivono la realtà della guerra con il conseguente sovvertimento dei valori: "Uno dei peggiori effetti delle guerre è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà". Difatti, è proprio con la liberazione che arriva il peggio: Cesira e Rosetta vengono violentate da un gruppo di soldati marocchini in una chiesa abbandonata, davanti ad un'immagine della Madonna rovesciata. La violenza individuale dello stupro si somma alla violenza collettiva della guerra, distruggendo definitivamente l'innocenza di Rosetta che comincia a concedersi a tutti gli uomini con determinazione, come se questo fosse l'unico possibile riscatto.

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Raccontato dalla protagonista, donna del popolo, con il suo linguaggio e la sua visione del mondo, “La ciociara” è un esempio di straordinaria prosa narrativa, capace di condensare in un’immagine tutto il dolore e la miseria che una profanazione come la guerra determina, l’abbrutimento dell’umanità e l’annullamento nella violenza. Unica figura positiva è il personaggio di Michele, l’idealista, che le due donne incontrano nell’ultimo atto di resistenza ai tedeschi e che sapranno alla fine essere stato fucilato: l’eroe che si immola in nome dei suoi valori, una tenue speranza che un’esperienza simile non si ripeta. Ed è proprio con Cesira che ricorda la lezione morale di Michele – non a caso, omonimo del giovane de “Gli indifferenti”, più maturo e consapevole – che il libro si conclude: “per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta e io, morte alla pietà che si deve agli altri e a se stessi. Ma il dolore ci aveva salvate […] poiché, grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtroppo la sola che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi.”



:::->Biografia dell'autore<-:::

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(pseud. di Alberto Pincherle; Roma, 1907-1990)
Non compie studi regolari perché, colpito a nove anni da una tubercolosi ossea, trascorre oltre un decennio in sanatorio, ove dedica il tempo alla lettura. Dopo alcune collaborazioni alla rivista “900” di Bontempelli, debutta con quello che, a parere di più di un critico, resta il suo romanzo più significativo, “Gli indifferenti” (1929). Nel mettere in scena l’atonia spirituale, il torpore morale, la sessualità morbosa e sfatta di personaggi della borghesia egemone,egli mina alle fondamenta l’oleografica rappresentazione della “sanità morale” della nazione, rivendicata dal fascismo quale risultato dell’imperante “ordine”. Sul piano dei contenuti, l’autore ritorna sul personaggio dell’inadeguato a vivere,ricollegandosi alla tradizione letteraria di uno Svevo o di un Borgese (si pensi allo straordinario “Rubè” di quest’ultimo, od al “Totò Merùmeni” di Gozzano); sotto il profilo formale, infine, sperimenta per la prima volta la propria prosa fredda, simile ad un referto medico, in manifesto contrasto con quella di derivazione solariana. La successiva - e copiosa - produzione moraviana si muoverà costantemente lungo i sentieri tracciati dal suo eccezionale esordio. Simile a quei pittori che per tutta la vita dipingono lo stesso volto di donna o la stessa bottiglia, il Nostro si produce infatti in un’infinita teoria di variazioni sui medesimi temi: protagonista, un’umanità incapace di slanci, chiusa nell’angusto perimetro delimitato da sesso e danaro, condannata a esistere senza luce o speranze.
Stilisticamente, egli perfeziona la formula del romanzo-saggio, con risultati a volte notevoli (“La noia”, 1960), adoprando strumenti d’analisi via via più sofisticati (il marxismo, la psicanalisi, le scienze sociologiche e delle comunicazioni di massa): in seguito, egli sembra dedicarsi al perfezionamento ed all’amplificazione del monologo interiore, tipico della grande narrativa del XX° secolo. Non molti sono, tuttavia, i suoi lavori che risaltano per originalità d’ispirazione: il meglio è forse rinvenibile in alcuni racconti (“Delitto al circolo del tennis”, “Inverno di malato”), nel romanzo breve “Agostino” (1944), storia dell’iniziazione sessuale di un adolescente, caratterizzata da aperture liriche alquanto insolite, ne “La ciociara” (1957, il suo “omaggio di romanziere alla resistenza”), abitato da una figura positiva, capace di sacrificio per un’ideale.
Autore inoltre di testi teatrali, di reportage di viaggio, di recensioni cinematografiche (è stato dal 1955 sino alla morte critico del settimanale “L’Espresso”), egli ha di continuo esercitato un ruolo d’intellettuale militante, intervenendo attraverso la stampa sui più diversi argomenti: ne sono testimonianza i saggi riuniti ne “L’uomo come fine” (1963), testo nodale del dibattito culturale per svariati decenni.




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