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> La Città Dolente (1948), [DTTrip - DivX - Ita Mp3] [CURA] Fellini - Giorno della Memoria
zabuza89
  Inviato il: Feb 10 2011, 04:35 PM
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zabuza89 e la sua mente dolorosa presentano:

LA CITTA' DOLENTE

“La pellicola è ferma, morta; puzza di cadavere”
L’Avanti, 30 marzo 1949


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.: Scheda del Film :.

Titolo Originale: La Città Dolente
Nazionalità: ITALIA
Anno: 1948
Genere: Drammatico
Regista: Mario Bonnard
Cast: Luigi Tosi, Constance Dowling, Elio Steiner, Attilio Dottesio, Anita Farra
Durata: 106 min.

Link IMDB:
http://www.imdb.com/title/tt0040235

.: Trama :.

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Nel 1947 l'antica città costiera istriana di Pola, già colonia romana e poi veneziana, passata all'Austria nel 1797 e all'Italia nel 1918, fu assegnata alla Jugoslavia, provocando l'esodo di migliaia di abitanti italiani. Attirato dall'idea di diventare padrone dell'officina dove lavora, l'operaio Berto decide di rimanere, ma...

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The city of Pola is being evacuated after the peace conference of 1947 decided to assign the sovereignty to Tito's Jugoslavia. However the main character decides to stay, thinking that communism might bring him a better future.

.: Info & Curiosità :.

Scritto dal regista con Anton Giulio Majano, Aldo De Benedetti e F. Fellini, il dramma appartiene a un gruppo di film patriottici, quasi tutti mediocri, che nel dopoguerra toccarono temi scabrosi e difficili sui quali calarono le censure di parte e le rimozioni politiche della sinistra.

Constance Dowling (1923-69), che interpreta Lubitza, sorella minore di Doris Dowling (1921), ebbe una tormentata relazione con Cesare Pavese.

Distribuito negli USA come City of Pain nel 1951.

È l'unica pellicola prodotta dalla società Istria-Scalera.

.: Screenshots :.

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.: Report Avinaptic :.

[ Info sul file ]

Nome: La Città Dolente - 1949.avi
Data: 10/02/2011 14:43:45
Dimensione: 833,446,966 bytes (794.837 MB)

[ Info generiche ]

Durata: 01:39:03 (5942.72 s)
Tipo di contenitore: AVI
Streams totali: 2
Tipo stream n. 0: video
Tipo stream n. 1: audio
Audio streams: 1
JUNK: Avidemux

[ Dati rilevanti ]

Risoluzione: ALTA (576 x 432)
Larghezza: multipla di 32 (BENE)
Altezza: multipla di 16 (BENE)

[ Traccia video ]

FourCC: DX50/DX50
Risoluzione: 576 x 432
Frame aspect ratio: 4:3 = 1.333333
Pixel aspect ratio: 1:1 = 1
Display aspect ratio: 4:3 = 1.333333
Framerate: 25 fps
Frames totali: 148568
Stream size: 683,611,319 bytes
Bitrate: 920.267243 kbps
Qf: 0.147933
Key frames: 626 (0; 159; 409; 659; 909; ... 148444)
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Min key int: 1
Max key int: 250
Key int medio: 237.329073
Ritardo: 0 ms

[ Traccia audio ]

Audio tag: 0x55 (MP3)
Bitrate (contenitore): 192 kbps CBR
Canali (contenitore): 2
Frequenza (contenitore): 48000 Hz
Chunks: 148564
Stream size: 142,621,632 bytes
Preload: 0 ms
Max A/V diff: 16 ms
Tipo: MPEG-1 Layer III
Chunk-aligned:
Emphasis: none
Mode: joint stereo
Ritardo: 0 ms

[ Info sulla codifica MPEG4 ]

User data: Lavc52.66.0
QPel: No
GMC: No
Interlaced: No
Aspect ratio: Square pixels
Quant type: H.263

[ Profile compliancy ]

Profilo da testare: MTK PAL 6000
Risoluzione: Ok
Framerate: Ok

.: Note :.

Orario di seed e Banda disponibile: Dalle 10 alle 24, 30KB fino a 10 completi.

.: Precisazioni sulle Release di zabuza89 :.

1. Qualuque release sia, di qualunque cosa parli, essa non va mai considerata "spazzatura" solo perché
parla di cose che non vogliamo vedere o che crediamo false.
2. Si fanno giudizi personali solo una volta visto il film! (sembra scontato ma non lo è.)
3. Non ho nessuna finalità politica/religiosa/ideologica.
Mi limito a diffondere informazione, da dovunque essa provenga. Soprattutto se è censurata/ignorata/osteggiata in Italia o all'Estero.

.: Babysitting & Reseed :.

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Messaggio modificato da Boadicea il Feb 14 2013, 02:08 PM

> File Allegato
File Allegato   La Città Dolente.torrent
Completati: 980
Dimensione: 814 mb
Leechers: 0
seeders: 0
data ultimo seed: 2014-04-19 01:21:17
info_hash: 6c12a7b85391b87424083a49982616ed26180caa
Tracker: http://tracker.tntvillage.scambioetico.org:2710/announce
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In occasione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe e degli esuli istriani eccovi uno di quei film che ahimé sono stati quasi dimenticati, vittime della censura del dopoguerra. Non è l'unico del suo genere.
Un film mediocre ma importantissimo dal punto di vista storico... fatto da gente in cui quel ricordo era ancora vivo (fatto l'anno successivo all'esodo).

Amore, morte... ricchezza e povertà... patria, politica, ideali... si rimane vittima di tutto questo, il tentativo di rivalsa sociale diventa quasi incubo... non tutto molto spesso va come lo si immagina...

Buon Download e buona visione.

PS: inutile dire che al primo segno di flame ci sarà tolleranza zero.

Messaggio modificato da zabuza89 il Feb 10 2011, 04:52 PM

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prego Boadicea
questa release non credo riguardi il Ciclo IIGM... racconta solamente fatti immaediatamente successivi, ma nessuna scena durante la guerra.

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Grazie Zabusa si passa in all birra.gif

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birra.gif grazie robbyrs

ringraziare.gif

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Boadicea
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Nella II G.M. sono inclusi anche i rel immediatamente successivi al '45, in quanto ne sono una conseguenza smile.gif

Messaggio modificato da Boadicea il Feb 10 2011, 06:40 PM

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zabuza89
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sono ancora un po' dubbioso....ma se così vuole il CURA...
ovvio che tutto è causa e conseguenza... anche quello che succede ora... (guarda che casino facciamo a bolzano-trento per qualche monumento fascista giggle.gif )

Beh comunque... allora forse di più interessa alla Guerra degli Italiani. segnalerò anche lì.

Messaggio modificato da zabuza89 il Feb 10 2011, 07:22 PM

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più adatta casomai al ciclo Fellini, no? winky.gif

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zabuza89
Inviato il: Feb 10 2011, 08:47 PM
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ah è vero... c'è anche lui nella sceneggiatura...

alla fine questo sconosciuto film ha fatto il pieno di banner cura...

Messaggio modificato da zabuza89 il Feb 10 2011, 10:56 PM

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Ramath
Inviato il: Feb 10 2011, 09:49 PM
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Grazie .. birra.gif
ciao.gif
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darayava
Inviato il: Feb 10 2011, 10:16 PM
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La città dolente: requiem per Pola (1949)

“Non è pensabile che gli italiani di Pola
- non essendo il martirio un’aspirazione di massa -
possano rimanere sotto il regime di Tito”
console Justo Giusti del Giardino (1947)

“La pellicola è ferma, morta;
puzza di cadavere”
L’Avanti, 30 marzo 1949


Il 10 febbraio 1947 le autorità alleate consegnano a Tito il governo della enclave italiana di Pola. Fino all’ultimo i 35000 abitanti della città istriana avevano sperato di salvarsi in quanto la città faceva parte della zona A ed era interamente italiana. Purtroppo le forze politiche romane sono deboli e incapaci di fronteggiare la difficile situazione. La DC di De Gasperi teme anche solo di utilizzare termini come patria e confini nazionali, termini che vengono subito strumentalmente tacciati come “rigurgiti fascisti” dalle miopi forze di sinistra le quali, largamente finanziate da uno Stalin ancora alleato di Tito, sono assolutamente favorevoli al passaggio dell’Istria alla sfera orientale. Si tratta pur sempre dell’approdo al “paradiso” comunista (perfino gli azionisti, in genere più critici, tacciono), un “paradiso” dal quale tuttavia viene in fretta e furia organizzato un esodo biblico: pressoché l’intera popolazione di Pola fa armi e bagagli finché può. La questione è innanzitutto etnica: slavi e italiani non si tollerano e, dopo il cruento conflitto, sono divisi da rancori profondi e insanabili. Ciononostante, anche senza le ferite aperte della guerra, gli italiani averebbero comunque lasciato una terra nella quale avrebbero dovuto accettare un ruolo emarginato all’interno di un sistema oppressivo e totalitario.
In Italia invece la “rappresentazione” comunista è già in corso da alcuni anni e durerà fino al 1991 (caduta del PCUS e fine dei connessi finanziamenti). Popolo furbo e abile di stupendi commedianti (inventore del cattolicesimo e del melodramma), dopo avere recitato il dramma fascista, ora si immedesima nella sceneggiata (quasi una farsa per la verità, se non fosse per i gulag e gli anni di piombo) comunista: a parole quasi metà degli italiani si è convinta del verbo staliniano e batte cassa: il PCI e il PSI contano sui finanziamenti del PCUS, ovvero una consistente somma che varia dal 30 al 50 per cento del totale erogato nel periodo 1945-1991 da Mosca per i partiti satelliti. Così il popolo comunista della penisola può vivere comodamente in un paese che garantisce tutte le libertà, conta su capitali di varia provenienza e al tempo stesso fruisce anche di incentivi da parte di un’economia miserabile come quella russa, dove la povera gente deve fare interminabili code per merci di prima necessità.
L’Italia rimane solo per poco tempo “un paese povero” come dice, in una celebre, implorante frase, l’ambasciatore Tarchiani (luglio 1945) in un memorandum per Truman; l’Italia è un paese scaltro che, di lì a poco, può contare sugli aiuti USA alla DC, sulle immense ricchezze del Vaticano e infine anche su ingenti denari provenienti da Mosca (che la DC, con benevolenza e sendo dell’opportunità, lascia entrare in patria, senza fare troppe storie; lo racconta tra gli altri Francesco Cossiga).
La guerra è stata indubbiamente persa (nonostante la retorica della “liberazione”) e qualcuno deve pagare il conto. La nazione perde tutte le colonie, ma sopporta la privazione senza eccessivi lamenti: i prolungamenti africani (giustamente) non erano mai stati assimilati in profondità dalla nazione; riguardavano semmai l’orgoglio di una nomenclatura altoborghese che non voleva essere da meno rispetto a Gran Bretagna e Francia. Discorso del tutto differente implica invece la perdita dell’Istria e delle zone costiere della Dalmazia, territori veneziani da secoli in cui l’amputazione a favore del mondo slavo causa un massiccio esodo (nel dopoguerra almeno 200000 persone nel complesso abbandonarono quelle zone), conseguenza ineluttabile della criminale e velleitaria politica bellica di un fascismo parolaio e inefficiente.
Come detto, di fronte al dramma dei profughi, l’Italia politica reagisce con imbarazzo, censure e silenzi quando non con atteggiamenti di vergognosa ostilità: parte del popolo comunista, convertitosi di recente al nuovo vangelo nel modo ultrazelante tipico dei neofiti (e degli italiani), guarda con ostilità a questi compatrioti che fuggono dal paradiso promesso, infangando così la purezza e la credibilità del mito stesso. Tale atteggiamento antisolidaristico, abbastanza insolito per una popolazione “emotiva” e dotata complessivamente di buon senso come quella italiana, viene consacrato in modo definitivo dallo spietato Togliatti il quale, sull’Unità del 2 febbraio 1947, scrive l’ipocrita articolo “Perché evacuare Pola?”, lanciando il proprio anatema contro quelle disgraziate popolazioni di confine. Di contro, a un incerto De Gasperi, che ancora non osa dire a chiare lettere che bisogna lasciare Pola e non si decide a mettere a disposizione le motonavi necessarie, il vescovo della città istriana, monsignor Radossi, telegrafa: “Inutile, anzi doveroso non attendere. Comprendetelo una buona volta e credeteci, altrimenti venite Voi qui e noi partiremo”.

I “neorealisti”, tanto sensibili alle problematiche sociali, attenti alle biciclette rubate e ai pescatori in difficoltà, “stranamente” non si accorgono del gigantesco dramma in atto ai confini orientali della nazione. Il silenzio è d’obbligo in questi casi. Solo il meritevole Mario Bonnard, già autore di pregevoli pellicole quali Rossini (1942), Campo de’ fiori (1943) e Il ratto delle Sabine (1945; vedi), osa infrangere il muro del silenzio con un film che verrà da tutti boicottato (incasserà pochissimo) ossia La città dolente (febbraio 1949; 92 min.), sceneggiato con l’aiuto di Anton Giulio Majano, Aldo De Benedetti e Federico Fellini e ottimamente musicato dal Giulio Bonnard. Nella parte iniziale l’autore mischia in modo abile immagini di repertorio e fiction, raccontando le vicende della famiglia di Berto (Luigi Tosi) poste sul fondale dell’esodo (febbraio 1947). Tutti lasciano Pola ma Berto, convinto dall’amico Sergio (Gianni Rizzo), un comunista illuso e sciocco, decide di rimanere, nonostante l’opposizione della moglie Silvana (Barbara Costanova), preoccupata soprattutto per il futuro della loro bimba. La città viene ripopolata dagli slavi i quali trattano con la prevedibile durezza e diffidenza i pochi italiani rimasti, al di là delle affinità ideologiche. La miseria e le difficoltà fanno presto ricredere Berto che capisce il proprio errore e ottiene di mandare in Italia moglie e figlia per delle cure. Egli si ripromette di raggiungerle poco dopo, ma le cose precipitano. L’uomo è sempre più irritato dai modi autoritari e “padronali” dei compagni titini e reagisce in maniera istintivo e imprudente (e per la verità completamente inverosimile; è questa la parte certamente più debole e artificiosa della pellicola). Di conseguenza finisce, con Sergio, in un gulag a spaccar pietre (formalmente per essere “rieducato”) dal quale riesce a fuggire e, attraverso una lunga odissea, a raggiungere il mare dove però una raffica di mitra lo uccide; l’amico invece viene ammazzato nel lager.
Il film dunque ha il coraggio di rompere il muro di omertà e di raccontare che il sistema comunista, sovietico o titino, è una realtà tenebrosa che non possiede il minimo rispetto per l’individuo, una realtà certamente peggiore del fascismo nostrano, dove quanto meno ci si limitava a spedire i pochi oppositori al confino. Tra l’altro la vicenda raccontata da Bonnard e soci allude a una sconcertante, successiva tragedia in corso (forse in modo inconsapevole): le peripezie ipotizzate per gli italiani comunisti in Istria (numerosi ci andarono a lavorare, su indicazione del PCI, proprio nel 1947, al fine di aiutare i compagni slavi in difficoltà con i macchinari requisiti) si riveleranno tragicamente esatte: dopo la drastica rottura di Tito e Stalin (marzo 1948) quegli ingenui lavoratori che si sono fidati delle rassicurazioni dell’apparato comunista, si ritrovano senza protezioni in terra straniera, in balia di un sistema che ora li sospetta di spionaggio. Vengono in larga parte rinchiusi in campi di lavoro e verranno liberati, un po’ alla volta, intorno alla metà degli anni cinquanta. Alcuni riusciranno a fuggire e a raccontare la verità, senza venire (come al solito) troppo ascoltati dai mezzi di informazione, in larga parte sempre “innamorati” dell’utopia comunista. Il film di Bonnard, girato nell’autunno 1948, registra già le prime avvisaglie di questa nuova, kafkiana situazione.
Inutile dire che le poche, sbrigative recensioni di parte socialcomunista mostrano la prevedibile dose di astio insolente e ribadiscono in modo inequivoco e desolante la sostanziale dipendenza della cultura dal potere politico (la qual cosa supera la questione comunista e si ritrova in ogni ambito storico e geografico). Sull’Avanti del 30 marzo 1949 si legge pertanto: “Il dramma di Pola, l’esodo di quella popolazione, è argomento delicato; poteva offrire materiale al cinema qualora avesse trovato un regista d’ingegno. Ha trovato purtroppo un uomo per il quale il facchinaggio non dovrebbe avere misteri a giudicare dalla delicatezza, dagli argomenti di cui si è servito per intonare un inno al nazionalismo più deteriore. La raccolta dei luoghi comuni e della retorica fascista (e degasperiana) è completa. Non manca nulla. E non mancano le falsità più indisponenti. Questo il contenuto. E la regia? Inesistente. La pellicola è ferma, morta; puzza di cadavere. I tentativi qua e là di raggiungere una certa calligrafia sono traditi dagli errori di grammatica. Gli attori, tranne la Dowling, non meritano citazione”.
La pellicola di Bonnard adotta stilemi da cinema noir per raccontare la progressiva discesa agli inferi di Berto. La fotografia è fortemente contrastata; prevalgono interni bui e claustrofobici mentre il taglio dell’inquadratura possiede quasi sempre una propria austera bellezza. La solenne e operistica colonna sonora di Giulio Bonnard sottolinea i passaggi tragici e distingue nettamente il mondo italiano da quello slavo attraverso un abile utilzzo dei rispettivi patrimoni musicali. Così i polesi, finalmente imbarcati sulla motonave diretta verso la patria, intonano il celebre, nostalgico coro “O Signore dal tetto natio” (Verdi, I Lombardi alla prima crociata, 1844) mentre la grande festa da ballo degli occupanti la “nuova” Pola viene commentata da musiche slave ispirate al folclore russo e al teatro lirico di Musorgski e Ciaikovski.
Le figure umane sono stilizzate e tuttavia abbastanza credibili: la povera gente che lascia tutto e si avvia verso l’ignoto è dipinta con sincera commozione; l’addolorato sacerdote che tutti ascolta e consiglia, invitando alla rassegnazione, è un ulteriore personaggio di notevole spessore; l’intellettuale comunista amico di Berto che finalmente crede di potere diventare “qualcuno” dopo avere dovuto servire a lungo un padrone è una figura antipatica il cui furore astratto è però veritiero e comprensibile come pure nel prosieguo la dolente presa di coscienza del proprio grave errore (l’essersi schierato contro la sua gente, in nome del comunismo), fino al punto di decidere di sacrificare la vita per aiutare Berto.
L’apice è costituito della parte finale, quando i due amici vengono inviati nel lager: solo allora il sistema totalitario mostra tutto il proprio orrore astratto, la propria devozione all’Idea in spregio alle esigenze umane dei singoli. Da quel mondo abietto Berto trova la forza di fuggire e le vicende successive si svolgono in un crescendo di tensione che trova la propria catarsi solo nelle ultime immagini.
Bonnard avvisa gli italiani che se due totalitarismo sono stati debellati, un altro sopravvive e si trova alle porte di casa nostra ed anzi minaccia anche l’Italia dove opera il più potente partito comunista d’Europa. Gli intellettuali, organici e non, fanno finta di niente: la commedia è cominciata, ha trovato un preciso punto di equilibrio nel contesto cattolico italiano e comincia a dare i suoi frutti (posti di potere e di prestigio, affari Import - Export, ricchi finanziamenti, feste popolari ecc.); nessuno pertanto deve disturbare. Gli italiani oltre che scettici e astuti, sono anche indolenti: canteranno per decenni la loro finta rivoluzione e tacceranno di “reazionario” e “fascista” chiunque si permetterà di infastidirli, ponendo loro serie questioni riguardanti il mancato rispetto delle libertà individuali, d’iniziativa, d’espressione, di culto e di movimento nei sistemi orientali. A Bettino Craxi, il politico più coraggioso in tale direzione (l’unico che osa rompere l’incantesimo e sganciare il PSI dall’orbita comunista), verrà fatto pagare il conto più salato: morirà in esilio.

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falcifero
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STUTTGART
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zabuza89
Inviato il: Feb 23 2011, 08:15 PM
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Cassù no i n’é più röse e le tosate é jà demez, salvegn no i n’é, no l’é più fate stroz, da gran gran pez...
Toa jent no à più raìsc, no l’à più nia da dir, i fies no cognosc più la mare e no i sà più olà jir…

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anucera
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goldenerrings
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stregatta1
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