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> Il cuore nel pozzo - Alberto Negrin, [DivX - Ita Mp3] Storico Drammatico [CURA] Giorno Memoria
darayava
  Inviato il: Dec 16 2010, 05:26 PM
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IL CUORE NEL POZZO

Alberto Negrin



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Titolo originale Il cuore nel pozzo
Paese Italia
Anno 2005
Durata miniserie TV (2 puntate)
Colore colore
Audio sonoro
Genere storico, drammatico
Regia Alberto Negrin
Soggetto Massimo De Rita, Simone De Rita
Sceneggiatura Massimo De Rita, Salvatore Marcarelli, Luigi Montefiore
Fotografia Enrico Lucidi
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giantito Burchiellaro
Costumi Mariolina Bono
Effetti speciali Muhamed M'Barek
Produttore Angelo Rizzoli jr
Produttore esecutivo Piero Amati
Casa di produzione Rai Fiction, Rizzoli Audiovisivi

Interpreti e personaggi
Leo Gullotta: Don Bruno
Beppe Fiorello: Ettore
Antonia Liskova: Anja
Adriano Todaro: Francesco
Marcello Mazzarella: Walter
Sonia Aquino: Giulia
Cesare Bocci: Giorgio
Mia Benedetta: Marta
Dragan Bjelogrlic: Novak
Gianluca Grecchi: Carlo
Jovana Milovanovic: Sara
Dejan Lutlic: Bostian

Prima TV Italia
Dal 6 febbraio 2005
Al 7 febbraio 2005
Rete televisiva Rai Uno



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Siamo in Istria nel 1944, quando ormai era caduto il governo fascista dell'Italia e le truppe e i corpi di polizia erano disorientati dalla situazione.
In questa atmosfera, i partigiani di Tito marciano verso Trieste per conquistare terreno e prendere i territori italiani della Dalmazia e dell'Istria. Giunge qui Novak, uno di questi partigiani, per ritrovare il figlio Carlo, avuto da una donna italiana, Giulia, che aveva violentato anni prima. La donna nasconde allora il figlio nell'orfanotrofio di Don Bruno e preferisce morire per mano dello stesso Novak piuttosto che rivelare il nascondiglio del figlio. Segue poi una rincorsa dei partigiani alla caccia dei bambini dell'orfanotrofio che, guidati da Don Bruno, arrivano verso zone di confine più sicure e meno battute dai partigiani slavi.
Con l'aiuto di Ettore, un reduce alpino, di Anja e di Walter, rappresentante del Comitato di Liberazione Nazionale, e con la morte di Don Bruno, riusciranno comunque a salvarsi.



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Una ferita profonda e sessant’anni di silenzi. Una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica. Tutto nel fondo di una foiba, una gola di terra e fango, stretta e buia. Sullo schermo sarà profonda decine di metri moltiplicati grazie agli effetti speciali. Sul set di Il cuore nel pozzo, film prodotto da Angelo Rizzoli che Alberto Negrin sta girando per Raifiction, in realtà quei metri sono appena una decina, ma a entrarci dentro sono agghiaccianti proprio come il buco nel terreno e nella memoria collettiva che tra l'autunno del 1943 e la primavera del '45 ferì a morte il candore asciutto delle terre carsiche.

Mentre l'Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso, con loro, i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno 10 mila i “desaparecidos” di un massacro sul quale per mezzo secolo è calato il velo della storia, ma anche delle complicità: la lista delle sparizioni, sulle quali calò anche il silenzio dei comunisti togliattiani di allora si allungò anche per quel regolamento di conti personali o etnici che ha moltiplicato, alla fine, le cifre dei morti, reali e presunti. Film ad alto tasso spettacolare ed emotivo, “Il cuore nel pozzo”, destinato ad andare in onda su Raiuno in due serate a partire dal 10 febbraio 2005 [il 6 e 7 NDR] (nella prima Giornata della memoria per le vittime delle foibe), è stato scritto da Massimo e Simone De Rita con la consulenza storica di Giuseppe Sabbatucci. Inequivocabile nel giudizio, ma che “va al di là di una lettura schierata, di parte” come dice subito Alberto Negrin. “Per un regista come me, uno che racconta solo storie destinate a far riflettere ed emozionare, non ci sono riserve né condizionamenti, ma solo il dovere di raccontare una tragedia dimenticata”. Ebreo, autore di film televisivi forti, come Il sequestro dell'Achille Lauro del 1989 e soprattutto Perlasca (2002), che ha appena conquistato ben 5 mila spettatori della Comunità ebraica di Toronto, Negrin si muove sul set come un generale: sposta camion e artificieri, comparse e vivandiere, costumisti e assistenti. Per trasformare ogni pagina di sceneggiatura in un racconto avvincente. Sotto le tende militari infestate dalle cavallette o sul tetto della fortezza austroungarica ancora perfetta nella sua granitica struttura, dà l' “azione!” e comunica attraverso l'interprete le emozioni di ogni scena da girare.

In un luglio con il termometro a 48 gradi, 150 comparse perfette nella povertà degli anni Quaranta reinventata dalla costumista di Marcinelle, Mariolina Bono, lo seguono come un pifferaio: piangono di disperazione i bambini che stanno per essere separati dalle famiglie, gridano i vecchi spintonati dalle divise verdi con la stella rossa, si difendono dalla violenza e dalle torture uomini e donne condannati a essere “infoibati”. La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un'italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio, in un racconto epico nel quale si muovono altri personaggi, il reduce alpino Ettore (Giuseppe Fiorello), la sua fidanzata Anja, i genitori del piccolo Francesco (Marta, che è l'attrice Mia Benedetta, fa l'insegnante, Giorgio, Cesare Bocci, è il medico del paese). C'è, ancora, Marcello Mazzarella, il giovane Walter, militante del Cln che sarà sacrificato, alla fine, dai soldati titini nonostante sia dichiaratamente comunista. Leo Gullotta è l'eroico don Bruno che, sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all'orfanotrofio. Dragan Bjelogrlic, invece, è il crudele Novak: quarantenne di punta del cinema iugoslavo, è il più cattivo: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”. Facce datate, e look perfettamente in sintonia con la povertà, l'arretratezza, la fame del tempo nel colpo d'occhio delle famiglie ammassate come bestie sui camion in viaggio verso la deportazione: si squaglia, sotto il sole, il trucco di Sonia Aquino, la madre di Carlo, E suda, in divisa, Giuseppe Fiorello, Beppe ormai solo in famiglia che, dopo Salvo D'Acquisto, ha una certa familiarità con i successi in grigioverde. Antonia Lìskova (in Italia ha lavorato in Don Matteo, Sospetti 2, Incantesimo e, con Nino Manfredi, in Le notti di Pasquino) è Anja, in coppia con Ettore Fiorello.

Quando Negrin grida “Azione!” il racconto diventa storia: giovani e vecchi si cercano gridando i loro veri nomi, suggestionati dal clima emotivo che il regista ha creato mentre i soldati titini strattonano i bambini. Volano calci, pugni e gli stuntmen si confondono con le comparse per rendere meno pericoloso il realismo delle scene. Il calcio di un fucile sfiora l'orecchio del piccolo Carlo, che ha gli occhi azzurri di Gianluca Grecchi, un bambino che già la sa lunga e sogna di diventare, domani, una star della fiction come Alessio Boni. Il più grande, Adriano Todaro, spia con attenzione Gullotta e Fiorello ma in realtà vorrebbe essere Negrin: “Perché” dice “ti dà sicurezza”. Ne ha data, e non poca, a Roberto De Laurentiis, che guida localmente in partnership con Piero Amati l'organizzazione di otto settimane di rovente passione montenegrina, ma soprattutto al gran capo di Raifiction, Agostino Saccà, e a Rizzoli, che ha investito in questa produzione 4 milioni e mezzo di euro. “Negrin è un grande regista e solo un buon film può riannodare i fili della memoria spezzata” dice Saccà. “Quest'anno su Raiuno la fiction ha battuto anche il calcio”. “Per me” aggiunge Angelo Rizzoli “Il cuore nel pozzo è insieme coraggio e coerenza. Il coraggio di rompere un tabù. La coerenza di una linea editoriale che ha prodotto successi come Marcinelle e Al di là delle frontiere con Sabrina Ferilli partigiana innamorata di un nemico in divisa nazista”. E se fosse, per dirla con Negrin, “soprattutto buona televisione?”.




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Alberto Negrin (Casablanca, 2 gennaio 1940) è un regista italiano.
Nato a Casablanca nel 1940 da genitori che avevano abbandonato l'Italia durante il fascismo, torna in Italia subito dopo la fine della guerra, consegue la maturità classica e compie studi di filosofia all'Università di Milano. Appassionato di fotografia, collabora in questa veste a numerose pubblicazioni. Nel 1962, dopo alcune esperienze teatrali, entra al "Piccolo Teatro", dove è assistente alla regia di Giorgio Strehler. Dal 1965 a tutt'oggi, ha firmato molte regie per il "Piccolo". Dal 1968 si dedica anche al cinema ed alla tv, con la realizzazione di inchieste, sceneggiati e fiction tratte da opere letterarie o di carattere biografico: tra di esse, Una questione privata (dall'omonimo romanzo di Beppe Fenoglio), Perlasca - Un eroe italiano, Gino Bartali - L'intramontabile e Pane e libertà, ritratto delle vicende umane e politiche del sindacalista Giuseppe Di Vittorio.



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Foibe, il cuore nel pozzo 60 anni dopo
Repubblica — 12 gennaio 2006 pagina 26 sezione: CRONACA


S. PETER (Slovenia) - Dalle finestre della villetta di Marjan Grosar sulle colline di S. Peter si vede Gorizia e i cellulari si collegano indifferentemente con la rete italiana e quella slovena. Alla frontiera i doganieri nemmeno sbirciano i documenti. Un' unica terra nella prospettiva dell' Unione europea, ma anche un luogo dove le ferite dell' ultima guerra continuano a sanguinare. In questa casa sul confine, un piccolo passo è stato compiuto ieri verso la pacificazione, con un abbraccio tra un ex-partigiano comunista e un reduce di Salò. Decisi a tentare, sul limitare della loro vita, la strada della buona volontà. Marjan ha 79 anni, è stato un partigiano titino del 9 Corpus, ha perso una gamba nei combattimenti. Nello Rossi Kobau ha un anno in più, anche lui cammina reggendosi a una stampella, volontario a 17 anni nei bersaglieri della Rsi, fatto prigioniero alla fine di aprile del '45 e internato 20 mesi nei campi di concentramento in Istria, Slovenia, Croazia, Slavonia, Vojvodina, Bosnia e Serbia. Ieri mattina è venuto qui da Milano, approfittando di un passaggio sull' auto del figlio, l' attore Paolo Rossi, che sta provando il suo nuovo spettacolo a Trieste. Sessant' anni fa hanno combattuto su fronti opposti a Grahovo ob Baci (Gracova Serravalle) e Kneza (Chiesa San Giorgio), ma adesso Nello e Marjan hanno un sogno comune: aiutare i due popoli a mettere una pietra sugli odi residui. Nello vorrebbe però che da parte slovena gli fosse indicato dove si trovano i corpi di 80 suoi commilitoni, trucidati nei pressi di Tolmino e fatti sparire in una foiba o in una grotta, all' indomani della resa del suo battaglione a Idrsko, un paio di chilometri da Caporetto. La storia di Nello e Marjan, il loro incontro reso più cauto dalla presenza di un influente ex-diplomatico - l' ambasciatore jugoslavo in Vaticano, console politico all' ambasciata romana e poi console generale a Trieste, Stephan Cjgoi - sono lunghe ed emozionanti. Dopo anni di titubanze e ripensamenti, nel 2001 Nello Rossi Kobau pubblica il diario delle sue esperienze di guerra ("Prigioniero di Tito 1945-1946", Mursia editore), con una postfazione del figlio Paolo. è un argomento che a sinistra ancora scotta, ma il taglio scelto si distingue da altri resoconti "patriottici". Quello che Rossi cerca è una verità storica e umana delle atroci esperienze che toccarono a migliaia di italiani sul fronte orientale, non nascondendosi che «c' erano belve, da una parte e dall' altra». Parla di episodi di eroismo e di vigliaccheria, di povera gente slovena che aiutava i derelitti senza badare alla loro nazionalità e descrive con particolari da brivido il lager di Borovnica, non lontano da Lubjana, un luogo di massacro non differente da Buchenwald e Dachau, ma con un destino addirittura peggiore: chi riuscì a sopravvivere trovò in patria totale indifferenza al proprio calvario, la stessa esistenza di Borovnica fu messa in dubbio. Fino ai nostri giorni. Secondo Rossi, solo lo scorso ottobre è giunta da parte slovena, col presidente del parlamento, Franc Kukjati, la prima ammissione che a Borovnica fosse stato allestito un campo di concentramento. «In quel lager - racconta Rossi Kobau - non c' erano solo militari italiani. C' erano rinchiusi fuggiaschi dalla Germania e reduci dalla Russia, che venivano presi sui confini austriaco e ungherese, e anche partigiani dissidenti». E commenta: «In Italia qualcuno mi ha accusato di revisionismo, ma che significa? Ho scritto solo la verità, e documentata». Per caso, il libro finisce in mano a Marjan Grosar, che nel febbraio dell' anno scorso, nell' imminenza della messa in onda della fiction tv sulle foibe "Il cuore nel pozzo", scrive a Nello per chiedergli che ne pensa. La lettera, senza un indirizzo preciso, vaga per quattro mesi prima di arrivare a destinazione. Quando la riceve, Nello Rossi Kobau ha un tuffo al cuore. Finalmente un segno dall' altra parte della barricata. Iniziano le prime telefonate. Circospetto, uno cerca di capire le intenzioni dell' altro. A livello ufficiale, dal '97 esiste una commissione italo-slovena che dovrebbe sciogliere i nodi intricati dei rapporti tra i due popoli, tra cui la questione delle foibe, ma i progressi sono impercettibili. Forse - pensano Nello e Marjan - noi «dal basso» possiamo fare di più. Un primo appuntamento a fine estate viene cancellato dall' italiano, ricoverato in ospedale, che a ottobre manda come "ambasciatore" da Marjan il figlio Paolo. Lo sloveno viene invitato a uno spettacolo di Paolo Rossi, si diverte un mondo. E comincia a fidarsi: questi italiani non sono fascisti che vogliono gettare la croce sui partigiani. Da parte sua, Nello si smarca dalle associazioni patriottiche italiane che rimangono chiuse in ottiche di rivalsa e di odi perenni: agirà da solo. Tenendo fermi i suoi principi ma lontano da strumentalizzazioni. Ieri mattina, finalmente, i due si incontrano a casa di Marjan. Che inizia un po' rigido rivendicando la propria fiera appartenenza ai gruppi partigiani e poi legge accigliato un articolo di un giornale dell' Anpi in cui si drammatizza il fenomeno della rinascita del fascismo in Italia: «Ora non vorrei entrare in contraddizione con i garibaldini», commenta. Arriva a S. Peter anche l' ex-ambasciatore Cjgoi, che sottolinea la necessità di collaudati binari istituzionali. L' atmosfera si sgela quando davanti a una grappa allungata con acqua Nello e Marjan rievocano la guerra. Sessant' anni svaniscono in un attimo e sembra ieri. I sogni non sono perduti, si andrà avanti, ci si incontrerà di nuovo. Nello Rossi Kobau non demorde, ma quando gli dicono di aspettare guarda l' orologio e dice: «Non ci rimane molto tempo». Nei prossimi giorni s' incontrerà con i responsabili sloveno e italiano della commissione, Armando Di Giugno e Zdraoko Likar. Con Marjan s' è scambiato dolci e marmellate ed è nata un' intesa, e una simpatia, che promettono bene. - DAL NOSTRO INVIATO ENRICO BONERANDI


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...chi studia e chi sa, non potra mai dimenticare. Troppe cose non dette!
Basta ai silenzi di stato!
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darayava
Inviato il: Dec 16 2010, 07:52 PM
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bah. la prima cosa che si dimentica spesso e volentieri e' che e' stata l'Italia fascista e monarchica ad invadere e occupare brutalmente la Jugoslavia e non il contrario. Poi che sempre l'Italia e' stata quella che ha gestito campi di concentramento nella Jugoslavia occupata.
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QUOTE (SERGIONE26 @ Dec 30 2010, 01:11 AM)
bah. la prima cosa che si dimentica spesso e volentieri e' che e' stata l'Italia fascista e monarchica ad invadere e occupare brutalmente la Jugoslavia e non il contrario. Poi che sempre l'Italia e' stata quella che ha gestito campi di concentramento nella Jugoslavia occupata.

Ricordare un avvenimento "doloroso"... non dovrebbe significare dimenticare gli altri.

Io spero che non si viva più nel mito di "ITALIANI BRAVA GENTE". Africa, Grecia, Balcani ma anche la stessa Italia sono stati teatro di vere crudeltà.

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