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> Ciclo Arti Marziali, Coordinatore: BeppExilE
BeppExilE
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Ciclo Arti Marziali
Criteri di attribuzione delle Release a questo Ciclo

Nella release deve essere presente almeno una delle Arti Marziali conosciute o uno dei Maestri indiscussi del settore che pratica l'arte.


Ciclo Arti Marziali
Accenni storici e discipline

Viaggio alle radici delle Arti Marziali

 
Le arti marziali delle grandi tradizioni orientali suscitano un grande interesse e curiosità anche in occidente e ciò spinge a porsi la domanda: hanno avuto un'influenza sulle nostre radici culturali e quando e dove ebbero origine?

Uno dei primi elementi che viene alla luce è che queste si sono diffuse per tutto l’Estremo Oriente, ma nell'antichità apparentemente non sono mai state praticate in Europa, neppure nell’area del Mediterraneo, dove si erano stabiliti dei contatti con l’Oriente già prima che fiorisse l’Impero romano. Le descrizioni delle tecniche di combattimento occidentali del passato infatti non fanno riferimento a tecniche praticate a est dell’India. La lotta e il pugilato di greci e romani, sebbene violenti, avevano soltanto qualche rassomiglianza con i loro corrispettivi orientali. I Greci praticavano una forma di lotta particolarmente violenta, il pancrazio, che finiva con la sottomissione o la morte del vinto. I gladiatori romani si servivano di abili tecniche di combattimento, si addestravano in scuole speciali, ma, nonostante si trattasse di una tecnica sofisticata, la lotta fra gladiatori divenne un vero e proprio spettacolo, staccandosi così da ciò che s’intende per arte marziale.

Per quanto riguarda l'origine, forse la testimonianza più antica potrebbe essere costituita da due statuette babilonesi datate fra il 3000 e il 2000 a.C. L’una rappresenta un uomo con la mano nella caratteristica posizione di parata, l’altra mostra due uomini che lottano tenendosi l’un l’altro per la cintura, una forma di combattimento simile al Sumo, ancora oggi popolare in Giappone.

Non esistono altre prove che le arti marziali siano nate in Mesopotamia, tranne la considerazione che lì ha avuto origine una civiltà che avrebbe esercitato una forte influenza sia a oriente sia a occidente. I Cinesi già si divertivano alle esibizioni di acrobati indiani e del Mediterraneo orientale, molto prima che le vie della seta divenissero il percorso commerciale tra la Cina imperiale e Roma. In un certo senso è ancora evidente la stretta relazione tra i movimenti degli acrobati e quelli di chi pratica le arti marziali, come è altresì lunga la tradizione di correlazioni tra le tecniche di combattimento e quelle di spettacolo.

Quello che è certo è che l’arte marziale che giunse per prima in Oriente dalla Mesopotamia era molto primitiva e incominciò a evolversi in India e in Cina fino a culminare nelle sofisticate tecniche di oggi. Le tecniche di respirazione, allora sviluppate, sono tuttora pratiche proprie delle religioni del Medio Oriente, oltre a essere fondamentali negli esercizi yoga e in quelli cinesi per la longevità che costituirono probabilmente l’odierno Tai chi chuan.

La leggenda

Una leggenda narra d’un monaco indiano, chiamato Bodhidharma, giunto al tempio di Shao Lin (ai piedi dei monti Song Shan, nel regno di Wei, in Cina), che insegnava un approccio nuovo al buddismo, più diretto, che comprendeva anche lunghi periodi di stasi meditativa. Per aiutarli a sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò loro tecniche di respirazione ed esercizi per sviluppare la forza e le capacità di autodifesa nelle zone montuose dove vivevano.
Si ritiene che da questi insegnamenti sia nato il dhyana o scuola meditativa del buddismo, chiamata Chan dai cinesi e zen dai giapponesi. La tecnica di combattimento conosciuta come Shaolinquan, o "lotta del tempio di Shao Lin", si basa probabilmente sui suoi esercizi. Si pensa che molte tecniche di combattimento cinesi e giapponesi derivino da questa tradizione.

Esistono molti dubbi sull’attendibilità di questa leggenda tuttavia, fin dall’antichità, meditazione ed esercizi marziali furono aspetti complementari del buddismo; l’uno passivo e statico, l’altro attivo e dinamico.

I libri in cui sono contenuti gli insegnamenti di Bodhidharma furono scritti tutti dopo la sua morte, inoltre tutte le testimonianze del tempio di Shao Lin andarono bruciate nel 1928, ed è molto improbabile che si possano trovare altri documenti che vedano Bodhidharma come il patriarca del Chan e delle arti marziali; ciò nonostante i suoi insegnamenti vivono tramite i praticanti delle arti che si dice abbia fondato.

L'ideologia, i valori

Ma la nascita di un’arte marziale non si fonda soltanto sulla pratica di certe tecniche e sulla resistenza fisica. Esiste un contenuto ideologico, una serie di valori che si basa su una specifica visione del mondo e del posto dell’uomo all’interno di esso. Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano avuto un fondatore comune, così come risultano strettamente connesse anche la loro filosofia e la loro evoluzione storica.

È nella prima metà del secondo millennio a.C. che vissero i due più grandi filosofi cinesi. Confucio, che ci ha lasciato la sua teoria sull’uomo e sulla società intorno al 500 a.C., e Lao Ce che si pensa abbia esposto la sua visione mistica dell’uomo e del tao, o ‘via della natura’, intorno al 300 a.C. Il taoismo è particolarmente importante per la storia delle arti marziali cinesi, anche se le arti taoiste si sono diffuse all’esterno dell’Asia cinese solo in tempi recenti.

Anche la filosofia del buddismo, fondata dal principe Gautama Siddharta Buddha, nato nell’India nord-orientale verso il 560 a.C., ha profondamente influenzato le scuole d’arti marziali di tutti i paesi in cui s’è diffusa, in Cina come in Giappone, in India come nel Sud-est Asiatico.

A livello filosofico le dottrine del buddismo, del confucianesimo e del taoismo sono state riconosciute come le basi filosofiche delle tradizioni marziali non solo indiane e cinesi, ma di tutta l’Asia.

Le arti segrete

Un altro elemento particolare è la constatazione che qualunque studio sulla storia delle arti marziali è costretto a essere poco più che una speculazione basata su pochi fatti, i maestri d’un tempo infatti non rivelavano facilmente il loro sapere. A pochi veniva concesso di dividere con loro tecniche e conoscenze accumulate in anni di dedizione. Si racconta di giovani che attesero per anni l’onore di accedere ai luoghi di pratica e a cui, una volta entrati, fu proibito di dividere con altri questa loro esperienza.
In molte scuole la pratica si svolgeva in assoluta segretezza e la stessa esistenza della scuola era spesso tenuta nascosta alle autorità. Le tecniche di combattimento tradizionale non venivano quasi mai trascritte, ma trasmesse a voce solo a coloro che giuravano di mantenerne il segreto. Per esempio, il Tai chi chuan si basa su principi teorici di circa duemila anni fa, anche se non fu mai trascritto prima del 1750.

Questa tradizione di segretezza rende estremamente difficile qualunque ricerca nel campo delle arti marziali.

Le applicazioni delle arti marziali e le loro implicazioni filosofiche

Le arti marziali si sono evolute in due forme applicative: come strumento di lotta e come mezzo di comunicazione sociale.

La prima applicazione è sempre stata la più comune e anche impressionante. Dato il tipo mortale di strumenti nei combattimenti con le armi, ma anche il modo potenzialmente pericoloso in cui il corpo umano veniva usato, è facile qualificare come prima applicazione l’antico dilemma dell’uomo posto di fronte ad un altro uomo in combattimento: vincere o perdere, sconfiggere o venir sconfitto, soggiogare o venire soggiogato, uccidere o essere ucciso. Questa dimensione derivava da un ambiente estremamente ostile dove era necessario garantirsi la sopravvivenza.

La seconda applicazione era intesa come forma di comunicazione sociale, modellata dalle sequenze precise di un rituale, dove gesti e armi erano usati simbolicamente per esprimere un’idea, evocare una tradizione, alleviare le paure dell’uomo. In questo senso divenne uno spettacolo e assorbì le nobili arti della tradizione: ad esempio l’arte dell’arco ancora oggi viene usata come cerimonia, ma esistono numerosi esempi di dimostrazioni legate alla religione o ai dignitari come il Sumo, o i kata (esercizi formali) del Karate.

L’evolversi di queste discipline in qualcosa di ben più complesso dell’esercizio ginnico per lo studio dell’hara ( punto di equilibrio, sorgente del soffio vitale) e del ki (energia vitale), trasformarono le arti marziali in metodi d’integrazione universale che si prefiggevano il conseguimento di una posizione equilibrata nel centro della realtà e una partecipazione alla sua energia coordinata e illimitata, intesa a perfezionare l’evoluzione della personalità di un uomo. La cultura e la filosofia dell’arte marziale influenzano l’una e l’altra.
Per comprenderle più profondamente occorrerebbe conoscere le distinzioni tra i differenti retroterra delle varie arti, come il taoismo e il buddismo in Cina, lo zen e lo shintoismo in Giappone, che sono alla base di atteggiamenti e di pratiche nelle arti marziali.

Arte marziale come disciplina di vita

Attraverso la pratica marziale i Maestri di queste discipline hanno imparato a condurre una vita semplice, a nutrire un profondo rispetto e amore per il prossimo.

"La via del guerriero è una via che ha un cuore, perché è una via che passa attraverso la fatica e la sofferenza dell’evoluzione personale per andare verso la ‘centratura’ del guerriero su se stesso".

Citava Musashi una “Visione serena dei doveri” nel senso di accogliere l’esercizio dei propri doveri come occasione di miglioramento, nell’esercizio delle Arti ma anche nel quotidiano. L’affinare spirito e volontà è dovuto in ogni occasione: la pratica è solo una parte dell’allenamento complessivo dell’individuo. Disciplina, sacrificio e generosità hanno ragione d’essere per influenzare il quotidiano. Chi pratica queste discipline deve possedere una volontà di ferro, un’energia e una forza eccezionali e fare continuamente pratica per raggiungere la perfezione.
Così la via diventa via, attraversamento di emozioni e di energie sempre nuove e sempre in rinnovamento, all’interno del quale la pratica marziale si risolve in un piano di realtà più alto.


Diffusione e classificazione

 
Dal terzo secolo d.C. la storia delle arti marziali è consistita in un graduale sviluppo delle tecniche, in un arricchimento della filosofia e nella loro lenta diffusione, di solito a fianco della religione buddista.

In India e in Cina negli ultimi millecinquecento anni si sono sviluppate diverse arti marziali; molte si praticano ancora, e provengono quasi tutte dalle scuole d’origine. Il Kung Fu, per esempio, si ritiene derivi dalla lotta del tempio di Shao Li. I sistemi completi d’arti marziali, che comprendono l’ideologia e la pratica, oltrepassarono i confini cinesi e indiani per arrivare fino alla Corea, al Giappone, al Sud-est Asiatico. Le tecniche marziali praticate in Birmania, Tailandia, Malesia, Indonesia, Indocina e Corea, sono tutte forme chiaramente affini alla lotta cinese.

E’ il contenuto ideologico a distinguere un’arte marziale da una semplice "tecnica di combattimento". Anche se la diffusione delle arti marziali si può ripercorrere di paese in paese, non è ancora chiaro quando abbia avuto luogo il processo di assimilazione, cioè quando le tecniche locali si siano trasformate in arti marziali. I giapponesi, fortemente influenzati dalla cultura cinese, impararono molto presto le lezioni degli antichi maestri. E sulla base delle tecniche cinesi svilupparono lentamente le loro forme marziali.

Un elemento fondamentale delle tecniche di combattimento in Oriente deriva dalla tradizione religiosa e medica: l’uso calcolato della respirazione per acquisire forza, calma, velocità e scioltezza.

Gli stessi monaci che raccoglievano e trascrivevano i testi sacri e le tradizioni esoteriche orientali, tramandavano le conoscenze sulle pratiche empiriche di guarigione che erano alla base della loro visione religiosa. Negli stessi luoghi, come ci tramandano tutte le leggende sull’origine delle più antiche arti marziali, le stesse persone ideavano e praticavano esercizi fisici come lo yoga e il Tai chi chuan nelle sue forme più arcaiche, per sviluppare i poteri del corpo e della mente.

Per questo non ci sorprende oggi trovare una visione del rapporto uomo-natura e una concezione dell’unità mente-corpo, che sono straordinariamente analoghe a quelle che costituiscono il nucleo teorico delle medicine orientali più antiche, come quella ayurvedica, quella tibetana e il complesso sistema medico che, nelle sue numerose varianti, ruota attorno all’agopuntura cinese. Una visione integrata nella quale, mente e corpo, salute fisica e poteri psichici sono aspetti diversi di un‘unica realtà, quella dell’esistenza umana, che non può essere scissa nella contraddizione spirito-materia, come hanno fatto le culture originate dalle grandi religioni monoteiste del l’Occidente.

Da qui si può comprendere come le arti marziali vengano considerate ‘vie’: la via della flessibilità (Judo), la via della mano vuota (Karatedo), la via dell’unione degli spiriti (Aikido), eccetera; l’apprendimento della tecnica non è mai considerato come fine a se stesso, ma come un percorso faticoso verso l’integrazione tra la mente e il corpo, verso la realizzazione del sé. E l’integrazione psicosomatica, l’espansione delle possibilità e la realizzazione del potenziale del corpo-mente sono proprio gli obiettivi delle arti orientali nell’accezione più ampia, che considerano la malattia come un'occasione data all’individuo per ripristinare il suo equilibrio psicofisico a un livello d’integrazione superiore.

L’esperienza e il contributo giapponese nella pratica del combattimento individuale, con o senza armi, sono certamente tra i più antichi, raffinati e durevoli mai documentati. È sufficiente considerare l’attuale popolarità mondiale di Kendo , Karate , Aikido , Kyudo , Judo, Ju jutsu e via dicendo, che sono sostanzialmente adattamenti o derivazioni moderne, per apprezzare l’influenza continuativa degli antichi metodi giapponesi di combattimento. Le antiche arti marziali vennero sviluppate e raffinate durante un lungo periodo di sperimentazione diretta sui campi di battaglia. In modo particolare in Giappone esse vennero profondamente revisionate e ritualizzate in modelli trasmissibili di allenamento durante i secoli di isolamento assoluto delle isole. Metodi di combattimento che, nonostante le evidenti diversità nella scelta delle armi, producevano grandi rassomiglianze nelle tecniche e, soprattutto, una concezione quasi identica delle motivazioni interiori, basate su certi schemi sociali di comunicazione e reciprocità, esemplificati mediante lo sviluppo della coordinazione fisica, funzionale e psicologica. Ora il Giappone è il paese dell’Asia con più varietà d’arti marziali e con il maggior numero di praticanti in rapporto alla popolazione.

In Occidente, prima del ventesimo secolo, ben poco si sapeva delle arti marziali orientali. Verso il 1900 due o tre inglesi e altrettanti americani incominciarono a imparare il judo e altre arti marziali giapponesi. L’interesse, comunque, crebbe molto lentamente fino al 1945 quando, sull’onda dell’entusiasmo dei soldati americani che erano di stanza in Giappone, il numero dei praticanti s’alzò in modo incredibile. La diffusione in Occidente d’arti marziali provenienti da altre parti dell’Asia fu invece molto più lenta. Solo recentemente i maestri cinesi che praticano a Hong Kong o a Taiwan hanno incominciato a cedere alle richieste occidentali di rivelare le loro tecniche, perché queste possano essere insegnate in Europa e negli Stati Uniti.


I punti vitali – Kyusho

 
Dai centri energetici allo studio dell’impatto nei colpi delle arti marziali
I centri soprasensibili, in cui l’energia sale a livello superficiale, costituiscono i punti vitali (Kyusho) distribuiti su tutto il corpo. Secondo la medicina tradizionale cinese, essi seguono i 14 meridiani che corrispondono ai canali nei quali scorre il Ki (energia o soffio vitale) in 365 punti del nostro corpo. Possono essere trattati con agopuntura, shiatsu o moxa, ma rappresentano anche i punti vulnerabili che un praticante di arti marziali deve conoscere per realizzare la massima efficacia nel combattimento.

Lo stato di benessere, lo «scorrere armonioso dell’energia lungo il sistema dei meridiani», dipende dalla capacità dell’individuo di regolare i suoi ritmi di vita, la sua dieta, il suo stato psichico: è il medesimo principio a suggerire una serie di esercizi fisici, per esempio anche a imitazione dei movimenti degli animali, che ha lo scopo di facilitare lo scorrere del Ki nel sistema dei meridiani. D’altro canto si può facilmente immaginare come la consuetudine al combattimento fisico, soprattutto senza armi, abbia permesso di fare importanti scoperte sulla circolazione energetica e quindi di aumentare le conoscenze sui punti efficaci nell’equilibrarla e nello squilibrarla: tant’è vero che ogni scuola di arti marziali ha custodito gelosamente per secoli e secoli le sue scoperte su quei punti che, colpiti con precisione e con la giusta pressione, possono provocare non solo dolore e paralisi temporanea, ma anche lesioni permanenti o addirittura morte.

Le tecniche mirano a colpire il corpo sui punti vitali illustrati in queste figure.

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Colpire la testa è sempre molto pericoloso: si possono provocare una commozione cerebrale o danni al cervello. Colpire un avversario alla tempia, o al mento, è un modo per renderlo immediatamente incosciente. Un altro noto punto vitale è il plesso solare, un centro da cui i nervi s’irradiano nella zona epigastrica. Il centro di gravità del corpo è posto circa sette centimetri sotto l’ombelico. Questo è il punto intorno al quale occorre equilibrare tutti i movimenti. Se ci si muove in avanti, per bilanciarsi bisogna spingere una gamba indietro; se ci si piega verso terra, il peso dev’essere equamente distribuito dietro e davanti a questo punto. I cinesi chiamano questo punto dan-dian, i giapponesi hara, in ogni caso gli orientali ritengono che sia il centro della forza vitale del corpo. Per disarmare un avversario e immobilizzarlo, risulta particolarmente efficace premere le giunture o i nervi delle mani e delle braccia. Le ossa del polso sono fatte in modo da impedirne il piegamento laterale (in alto). Quando un avversario torce il polso (in basso), tutto il corpo deve piegarsi per assorbire la pressione. Nel corpo vi sono giunture che non possono muoversi in tutte le direzioni. Il gomito non si può forzare oltre i 180 gradi in alto. Premendo nella direzione in cui la giuntura non può più piegarsi, si obbliga tutto il corpo a rispondere. Colpendo i muscoli della coscia con il ginocchio, la gamba dell’avversario resta temporaneamente paralizzata. Esistono punti simili anche sulla mano e sull’avambraccio. Colpendo il tendine del ginocchio o il tallone d’Achille, cioè i tendini dietro il ginocchio oppure dietro il calcagno, verranno messi fuori uso la gamba o il piede dell’avversario.
Non tutti i centri energetici sono da considerare vitali, infatti si possono suddividere in:

punti vitali (che provocano disfunzioni immediate o ritardate);
punti terapeutici (che provocano benessere se massaggiati);
punti di agopuntura (utilizzati per curare, guarire, rigenerare il corpo o la mente).

C’è una relazione totale tra questi punti ma è indispensabile la padronanza del Ki per poterli colpire efficacemente.

Quando un combattente aggiunge all’abilità della percussione dei punti vitali anche tecniche di proiezione, strangolamento e slogamento può diventare molto temibile per l’ampia gamma di strategie a disposizione.


Le Arti Marziali

 
IL WUSHU

Il termine Wushu si può semplicemente tradurre con “arte marziale”; si tratta di una delle prime arti d’origine cinese ad avere una storia millenaria e presenta al suo interno una serie di nobili discipline. La sua applicazione non si limita alla preparazione fisica ma anche a quella psicologica. Storicamente è stato utilizzato anche come strumento di difesa-offesa durante lotte e battaglie individuali e di massa.

Oggi nella Repubblica Popolare Cinese il Wushu è materia di insegnamento scolastico e gli insegnanti che si laureano presso gli Istituti Universitari di Educazione Fisica di Pechino possono avvalersi della specializzazione Wushu. Una preparazione che consiste nell'affinamento di movimenti che richiedono una centralità ed equilibrio del corpo e che dovranno mantenere sempre alcune caratteristiche fondamentali quali:
• Fluidità
• Morbidezza
• Eleganza
• Rapidità


Storia
Il Wushu ha avuto il suo massimo sviluppo nei periodi detti della “Primavera e dell’Autunno” e/o degli “Stati Combattenti” (771 – 221 a.C.); col tempo ha assunto una valenza di tipo sociale finalizzata perlopiù all’educazione e alla preparazione all’interno del sistema scolastico. La pratica del Wushu si diffuse in maniera capillare negli strati popolari della società cinese; nacquero e si svilupparono numerose scuole con un grande sviluppo delle “forme” in particolare di quelle imitative (animali). Oltre alla pratica marziale parallelamente si affermarono anche lo studio e l'approfondimento della disciplina in chiave teorica e filosofica che riuscirà a fondersi e integrarsi con la cultura, la religione e la filosofia tradizionale.
Fu Bodhidarma (Da Mo), originario dell’India, a dare un importante impulso alle arti cinesi tradizionali; egli ebbe il merito di estendere il buddismo nei confini cinesi e fu ideatore di alcuni esercizi fisici che avevano come obiettivo quello di aiutare i monaci che passavano la maggior parte del loro tempo in meditazione sedentaria; il suo nome venne associato indissolubilmente alle Arti Marziali di tipo esterno. Si può affermare che se i buddisti hanno trovato in Bodhidarma il loro ispiratore, i taoisti hanno avuto come punto di riferimento la figura di Chang San Feng che diede origine agli stili interni. Fu per questi motivi che Bodhidarma viene riconosciuto come il fondatore dello stile Shaolin Quan mentre Chang San Feng viene considerato, invece, colui che contribuì alla codifica del Tai Ji Quan.

Nell’antichità l’arte del Wushu si tramandava di padre in figlio o dal maestro ai suoi discenti. La figura del maestro (Sifu) coincideva con quella del saggio del villaggio che era anche un esperto di medicina tradizionale, dotato di una cultura generalmente superiore alla media della popolazione dei villaggi, considerato e rispettato da tutti.

Dopo il successo ottenuto dal Wushu come disciplina dimostrativa orientale durante i Giochi Olimpici del 1936 a Berlino, vi sono succedute una serie di trasformazioni che hanno riguardato alcuni aspetti tecnici e che hanno consentito di adeguare meglio la disciplina alle esigenze dettate dalla competizione nell’occidente. Da qui il suo inserimento a pieno titolo tra gli sport internazionali con l’obiettivo di diventare un giorno anche sport olimpico.
Dopo l’esperienza dimostrativa delle Olimpiadi del 1936 a Berlino si sono avvicendate le seguenti tappe:
• 1956: istituzione a Pechino della China Wushu Association;
• 1982: organizzazione a Pechino della prima Conferenza Mondiale del Wushu;
• 1985: costituzione del Comitato Promotore della Federazione Mondiale Wushu
• 1990: a Pechino si costituisce l’International Wushu Federation (I.Wu.F.)
• 1994: la I.Wu.F. (Federazione Internazionale) viene riconosciuta dalla G.A.I.F. (General Association International Sport Federation)
• 1999: il C.I.O. (Comitato Olimpico Internazionale) riconosce il Wushu in quanto aderente al I.Wu.F.
• 2002: Il presidente del C.I.O. dà il benvenuto al Wushu nella famiglia olimpica e viene formalizzato il riconoscimento della I.Wu.F. come Federazione Internazionale Olimpica.
Attualmente la I.Wu.F. conta ben 86 Federazioni Nazionali con un numero di praticanti nel mondo che oscilla intorno ai 10 milioni circa.

Il Wushu, come accennato sopra, è formato da stili interni ed esterni che, oltre a rappresentare espressioni diverse, appartengono a “scuole” differenti. Quella esterna presuppone l’attacco impetuoso e travolgente in cui si predilige la forza fisica; quella interna si fonda sulla difesa, le proiezioni e i colpi ai punti vitali.

Tra quelli più praticati ci sono il Tai Ji Quan e lo Shaolin. Il primo ha le caratteristiche di arte marziale con movimenti lenti e armoniosi, mira allo sviluppo della forza e della padronanza del proprio corpo, agisce con efficacia nell’elasticità muscolare, consente un miglior controllo della respirazione e della postura e risulta efficace per allentare lo stress. Il secondo è uno stile che riprende il movimento degli animali; utilizza attrezzi e armi, è elegante e armonioso ma nello stesso tempo sviluppa la potenza.
Ulteriori classificazioni si basano su alcune caratteristiche legate al tipo di gesto: molti stili vengono classificati “quan” che vuol dire “pugno, pugilato”, più rari in “men” cioè "insegnamento, scuola"; altri “zhang” che vuol dire “palmo”, “tui” sta per "gamba", “jiao” sta per "piede".

Gli stili moderni
La codifica del Wushu moderno è cominciata a partire dagli anni ’50 durante la rivoluzione culturale e si è fondata partendo dagli antichi stili tradizionali. Alcune forme del Wushu moderne appartengono al:
Chang Quan o Boxe lunga. Ha come caratteristiche l’agilità e la velocità dei movimenti, l’estensione e l’eleganza delle posizioni da sviluppare. Vengono combinati potenza ed eleganza, morbidezza e accelerazioni con effetto scenico molto coreografico.
• Il Nan Quan o Boxe del sud, si caratterizza per le posizioni eseguite mantenendo il baricentro basso in modo da garantire un’ottimale stabilità del corpo. Si usano tecniche corte ed eseguite con gli arti superiori mentre i calci sono ridotti e mirano a bersagli bassi.
• Il Tai Ji Quan
Sanda o Sanshou che sta per combattimento libero.

Nel Wushu moderno la pratica si suddivide in esercizi da competizione chiamati Jingsai Daolu, che sono caratterizzati da una sequenza di movimenti prestabiliti che simulano il combattimento con avversari immaginari. I Daulo si suddividono in esercizi a mani nude (Quanshu Daolu) oppure esercizi con armi (Binxie Daolu) che utilizzano prevalentemente la sciabola, il bastone, la lancia o la spada dritta. Un altro tipo di pratica del Wushu moderno è caratterizzato dagli esercizi a coppie o in trio (Duilian) i quali imitano combattimenti prestabiliti a mani nude o con armi.

Una versione al femminile vede le donne utilizzare il ventaglio da combattimento cinese; si tratta di uno strumento di appartenenza del Taiji utilizzato per realizzare sequenze di movimenti fluidi, eleganti e molto coreografici. Anche i bambini praticano una forma di Wushu non violenta e non pericolosa, seppur utilizzando attrezzi che riproducono con materiali innocui le antiche armi da combattimento. Per loro tale pratica risulta fondamentale nella costruzione della personalità e per diventare agili, rafforzare il proprio corpo, controllare la propria postura e scaricare l’aggressività .

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TAI CHI CHUAN

Il Tai Chi Chuan (o Tai Chi o Tai Ci) è un'antica arte marziale cinese basata sul concetto taoista di Ying-Yang, l'eterna alleanza degli opposti. Nato come sistema di autodifesa - Tai Chi Chuan significa letteralmente "suprema arte di combattimento" - si è trasformato nel corso dei secoli in una raffinata forma di esercizio per la salute ed il benessere anche se esistono alcune scuole che continuano ad insegnarlo e esercitarlo anche come vero e proprio sistema di difesa.
La pratica del Tai Chi Chuan consiste principalmente nell'esecuzione di una serie di movimenti lenti e circolari che ricordano una danza silenziosa, ma che in realtà mimano la lotta con un opponente immaginario. All’interno degli stili del Tai Chi Chuan (Chen, Yang, Sun, Wu, Wod, Hao) i più popolari sono lo Yang e il Chen. Il primo è il più praticato poiché il Chen richiede un’esercitazione molto più complessa ed esigente. Oltre al concetto di Yin e Yang, l’espressione che descrive questa tecnica risiede nel concetto di "Forma", un sistema di movimenti concatenati che vengono eseguiti in un modo lento, uniforme e senza interruzioni. Tali movimenti possono essere eseguiti a mani nude o con il supporto di particolari armi. Esiste anche un insieme di esercizi che vengono eseguiti in coppia, e che prendono il nome di Tui Shous.
Lo studio del Tai Chi Chuan inizia quindi con la sequenza di movimenti detta "forma lenta". Gradualmente si studiano i movimenti e si introducono i principi fondamentali: si impara ad acquietare la mente, a muovere il corpo in modo rilassato e consapevole, a calmare il respiro. La pratica attenta e costante di queste tecniche, grazie alla loro morbidezza, alla circolarità e alla lentezza con cui vengono eseguiti, rende il corpo più agile e armonioso migliora la postura ed ha un effetto benefico sul sistema nervoso e sulla circolazione. Scopo ultimo di questa arte è stimolare il libero fluire dell'energia vitale e così ristabilire armonia ed equilibrio tra corpo, mente e spirito.

La storia
In Cina, gli obiettivi del benessere fisico e di una accresciuta longevità sono stati affrontati sistematicamente sin dall’antichità, dalla quale si sono ereditate numerose tecniche di applicazione di una antica saggezza. La pratica di queste si può far risalire a Hwang Ti, l’Imperatore Giallo che dominò in Cina per un secolo intero nel terzo millennio avanti Cristo. Le sue pratiche includevano il T’u Na, esercizi di respirazione, e degli esercizi di meditazione. Queste esperienze furono in seguito conosciute sotto il titolo di “I Ching” il più antico libro cinese in materia di medicina. Secoli dopo il regno di Hwang Ti, i principi filosofici sottostanti alle tecniche sulla longevità da lui praticate vennero articolati e elaborati dai grandi filosofi taoisti, soprattutto nei classici di Lao Tzu (sesto secolo a.C.) e Chuang Tzu (quarto secolo a.C.). In pratica il Taoismo, assieme al Confucianesimo e al Buddismo divenne una delle tre grandi religioni cinesi, e l’unica fra tutte a sostenere che l’immortalità della persona è possibile, almeno nei principi se non proprio nella pratica, attraverso l’applicazione delle sue tecniche. Tecniche che hanno assunto forme sempre più numerose e raffinate con il passare dei secoli.

La filosofia del Tai Chi Chuan
Ciò che il Tai Chi Chuan offre è un ampio concetto di salute e di longevità, secondo il quale un organismo fiorisce soltanto se è propriamente nutrito e curato attraverso tutto il ciclo della sua vita. Innanzitutto occorre creare un nuovo tipo di approccio sul quale basare il riconoscimento che la longevità non è un valore per le persone anziane, ma per tutti senza limiti d’età. Essenziale per l’approccio cinese è l’intuizione che l’obiettivo di una longevità in piena salute debba essere perseguito anche da giovani e bambini. Il modo migliore per ottenere successi in questo campo consiste nello stabilire una disponibilità verso tali pratiche sin dalla più tenera età. Sia gli antichi taoisti che i confuciani sottolineano l’importanza di una mente serena per la salute ed il conseguimento di una autentica saggezza.

I benefici del Tai Chi Chuan
Il Tai Chi Chuan può essere praticato a tutte le età e per tutta la vita. Attraverso la pratica di questa disciplina si raggiunge il rilassamento mentale e si favorisce la concentrazione. Altri benefici consistono nell’eliminazione dello stress, miglioramento della mobilità articolare (i tendini si allungano e si distendono), aumento della profondità della respirazione con una conseguente ossigenazione del corpo in maniera ottimale, prevenzione di molte malattie aumentando la resistenza e la forza del corpo, prevenzione dell’osteoporosi, aiuto ad alleviare i dolori causati da problemi alla schiena e alle spalle. Inoltre è un forte aiuto psicologico per persone fortemente introverse producendo una graduale apertura ed estroversione verso il mondo circostante e gli altri. Per la medicina cinese, le malattie si sviluppano a causa di blocchi nei tragitti di circolazione dei meridiani. Come l’agopuntura, il Tai Chi Chuan, con i suoi movimenti morbidi e armoniosi, contribuisce a rendere più flessibili le articolazioni, eliminando blocchi cronici e a rendendo più scorrevole libero il flusso energetico. Insieme ad una dieta, ai massaggi e all’agopuntura, il Tai Chi Chuan integra l’insieme di tecniche offerte oggi dalla medicina cinese per salvaguardare il benessere psicofisico.
Negli ultimi tempi la cultura orientale ha cercato di migliorare i risultati ottenuti combinando queste antiche tradizioni con la medicina classica occidentale; allo stesso tempo, in Occidente, i centri olistici e di benessere e salute hanno incorporato tecniche della medicina cinese tradizionale, tra cui il Tai Chi Chuan, per offrire alle persone soluzioni efficaci nella guarigione o nel miglioramento delle patologie.
In parole semplici, il Tai Chi Chuan è costituito da una ginnastica profonda, sana e terapeutica che conserva la salute e favorisce notevolmente l’assetto psicofisico di ognuno.
Per ottenere questi benefici tuttavia, bisogna applicare bene quello che insegnano i maestri: "avere disciplina, perseveranza e pazienza", cioè praticare questa disciplina con costanza e per lungo tempo.
Gli effetti benefici delle tecniche del Tai Chi Chuan sui diversi sistemi e parti del corpo possono essere schematizzati in questo modo:

Sistema nervoso
"Concentrare al massimo l’attenzione per un conseguente benessere del sistema nervoso"

È noto che il sistema nervoso dirige e controlla i vari organi del corpo. Per mezzo di reazioni condizionate e spontanee, l’uomo si adatta a qualsiasi situazione, nonché al cambio di ambiente.
Per praticare la tecnica del Tai Chi Chuan è necessario aumentare la capacità di concentrazione e non utilizzare la forza fisica per ottenere un buon allenamento, e perciò un buon funzionamento delle cellule del sistema nervoso. Il lavoro rilassato e il risveglio dell’attenzione del sistema nervoso fa si che il cervello abbia una buona influenza e un ottimo controllo sul resto dell’organismo. Per questo motivo, con il Tai Chi Chuan si avrà una sensazione di pienezza interiore e di benessere in tutto il corpo che produrrà, insieme alla non sottovalutabile attività fisica, un miglioramento della circolazione sanguigna e una maggior facilità nell’impostare una corretta respirazione.

Sistema cardiovascolare
"L’aria come sinonimo di benessere"

La pratica del Tai Chi Chuan dimostra che l’introduzione e l’espulsione di una maggior quantità di aria, e quindi di ossigeno, in ogni ciclo respiratorio favorisce il cambio di pressione all’interno del torace; in tal modo la circolazione coronaria è più libera ed efficace; risulta aumentata la capacità e l’elasticità dei capillari e si rinforza il processo di ossigenazione e riduzione di anidride carbonica nel corpo. Così migliora la nutrizione e il funzionamento del muscolo cardiaco prevenendo l’arteriosclerosi e le diverse malattie cardiache e cardiovascolari.

La pratica del Tai Chi Chuan
Il Tai Chi Chuan è un esercizio di autorilassamento i cui lenti movimenti sono coordinati rispetto alla respirazione e diretti da una mente libera, con doppio vantaggio sia per la salute fisica che spirituale. Questi esercizi aiutano a rischiarare la mente e rafforzare il cervello. Il Tai Chi Chuan si pone come obiettivo quello di fare entrare il praticante a conoscenza della propria energia. La pratica durante le lezioni è “silenziosa”, non occorre parlare ma “fare”: tutto passa infatti attraverso ciò che si fa e si sente. È importante che il Maestro metta in condizione l’allievo di sperimentare da solo il proprio lavoro, saranno le diverse esperienze a far crescere l’arte marziale. La mancanza di aspettative aiuta ad ottenere i risultati; abbandonarsi alla pratica e prendersi la responsabilità del proprio essere con desiderio di cambiare e mettersi alla prova. Il Tai Chi Chuan viene spesso associato ad una serie di benefici sui disturbi fisici spesso causati dall’inadeguatezza della nostra società ma è necessario sfatare l’ottica mistica di una pratica che resta un’arte marziale.

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JUDO

Che cos’è il judo

Seguendo un rigido codice morale il judo insegna principalmente il controllo della mente e del corpo: una cultura fisica, una filosofia conosciuta col nome di “via gentile”. La parola Ju-do è infatti costituita da due ideogrammi, dove Ju significa flessibilità, dolcezza e do, letteralmente via, rappresenta il concetto tipicamente orientale di cammino, percorso. Il valore stesso di questa arte marziale è la non-resistenza, cedere alla forza dell’avversario e con essa creare squilibrio, accompagnarla e vincerla in modo efficace. Questa continua evoluzione, alla ricerca di nuove strade, è un patrimonio autentico, insito nella sua pratica.
Il padre del Judo, Jigoro Kano, esprimeva così l’essenza di questa filosofia:
Seryoku zenhyo il miglior uso dell’energia, fisica e morale
Ji ta kyò i amicizia e mutua prosperità

La storia

Il judo, quale forma di lotta, fu sviluppato a opera del professor Jigoro Kano, partendo da uno studio intensivo del Jujitsu, un sistema brutale e spesso mortale di autodifesa giapponese. “Non solo trovai il Jujitsu interessante, ma mi resi anche conto che era molto efficace per l’addestramento del corpo e della mente. Così mettendo insieme tutti gli aspetti positivi che avevo appreso dalle varie scuole e aggiungendovi mie personali invenzioni e scoperte, elaborai un nuovo sistema di cultura fisica e di allenamento morale” con queste parole il Maestro descriveva il suo percorso. Nel 1882 egli formò la Scuola di Kodokan in una saletta del tempio shintoista Eishoji sito nel quartiere Shimoya di Tokyo; con l’aiuto di soli nove studenti iniziò così a studiare e sviluppare l’arte del Judo. Kodokan si traduce in “scuola per studiare la via ” ovvero massima efficienza e minimo sforzo per superare l’avversario. Le tecniche prese a base per il "Judo Kodokan" si ispirano principalmente alle forme tradizionali delle scuole Kito-ryu e Tenjin Shinyo-ryu. Molte altre tecniche di Ju Jitsu furono modificate e affinate da quelle che in origine appartenevano alla tradizione, ma l'intima essenza del Judo, che faceva convergere forza e flessibilità, fu un concetto che Jigoro Kano definì a poco a poco con una ricerca razionale e con metodo scientifico. Assieme al patrimonio di esperienza e di pensiero, il Judo coltiva anche l'aspetto sportivo voluto dallo stesso Jigoro Kano. Egli riteneva infatti che questo fosse il modo migliore per la diffusione del suo metodo in tutto il mondo.

La pratica

L’allenamento nel judo si chiama okuden. Nella fase iniziale si insegna quello che viene chiamato judo inferiore, poiché si “lavora” sul corpo. Il principiante impara ad avere consapevolezza del pericolo, a valutare l’importanza dello spazio e la distanza nel contatto fisico. Le prese del judo e la vicinanza dei due avversari possono sviluppare, inoltre, una spiccata consapevolezza di forza e potenza. Lo studio approfondirà questi concetti:

Rei-no-kokoro è lo Spirito del Rispetto senza il quale lo studio porta rovina,
Waza è la Tecnica, disciplina e coordinazione del corpo,
Kime è l’Uso dell’Energia in tutte le sue eccezioni,
Keiko è il Duro Allenamento, che porta al distacco dai sensi e dall’ego.

Partendo dalla padronanza tecnica si inizierà l’approfondimento del Judo superiore che mira a rafforzare la condizione interiore del praticante, attraverso:

Randori è la Concentrazione su un unico oggetto: la Tecnica,
Shiai è la Meditazione senza oggetto, senza paura né desiderio,
Kata è lo stato di Mu-shin, mente vuota e spirito creativo, che porta al Satori.

Lo scopo educativo del judo è far emergere la personalità dell’individuo, espressa attraverso la tecnica perfezionata ai più alti livelli.

Classificazione delle tecniche

Nel judo troviamo tre distanze di combattimento:

lunga (colpi, Atemi-waza)
media (proiezioni, lanci Nage-waza)
a contatto (tecniche di controllo, Kateme-waza)

ognuna a sua volta suddivisa in sotto-categorie:

ATEMI-WAZA Tecniche di colpi inferti con gli arti superiori e inferiori
Tsuki-ate: colpi di braccio inferti in linea retta
Uchi-ate: colpi di braccio inferti con movimento circolare
Keri-ate: colpi dell’arto inferiore

NAGE-WAZA Tecniche di proiezione
Tachi-waza: lanci eseguiti dalla posizione eretta, divisi in Koshi-waza, Te-waza, Ashi-waza
Sutemi-waza: lanci eseguiti specificando la posizione, divisi in Ma-sutemi e Yoko-sutemi
Makikomi-waza: lanci eseguiti in arrotolamento

KATAME-WAZA Tecniche di controllo e lotta a terra
Osae-komi-waza: tecnica delle immobilizzazioni
Shime-waza: tecniche di strangolamento
Kwansetsu-waza: tecniche di leva

Si deve dire che il judo è un’attività dura fin dall’inizio. È necessario un serio e lungo allenamento per abituare l’allievo alle asprezze di un’arte marziale. Oggi esistono moltissimi sport e attività per il tempo libero, i mezzi di comunicazione ci bombardano continuamente con proposte sicuramente più allettanti e facili del judo. Eppure sono molti, soprattutto i giovani, che si avvicinano a un pesante addestramento per acquisirne la totale padronanza. Questa disciplina oggi vanta milioni di praticanti tra cui i bambini che rappresentano una fetta consistente (circa il 40%), significativo è il movimento femminile che conta circa il 25% dei praticanti. Attualmente vengono organizzati tornei e campionati secondo il sesso fasce di età e peso.
Il segreto di tanto successo è una miscela di sensazioni fisiche, ricerca del gesto atletico, affinamento del tecnicismo e piacere per una lotta non violenta finalizzata al raggiungimento del controllo sull’avversario. Negli ultimi anni questa arte marziale ha mutato la sua pratica verso un modello che non impone più l’insegnante verso l’allievo ma verso una continua ricerca di stimoli e metodiche per coinvolgere sempre più gli atleti. In modo particolare questa evoluzione si evidenzia nell’aspetto didattico con i bambini, dove il Maestro inflessibile assume sempre più il ruolo di educatore.

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KARATE

La storia

Il karate nacque ad Okinawa (Giappone) nel XV secolo. Letteralmente karate significa "combattimento a mano nuda[i]"; conobbe infatti una rigogliosa fioritura durante i periodi di dominazione cinese, durante i quali per prevenire le rivolte, venivano vietate tutte le armi.
Gli abitanti allora perfezionarono le tecniche di combattimento senza armi arricchendole di elementi importati dalla cultura cinese.

All'inizio del XVII secolo Okinawa venne conquistata da un signore feudale giapponese che mantenne a sua volta il divieto di portare armi. Per essere in grado di difendersi contro il conquistatore armato, gli abitanti lavorarono intensamente al perfezionamento del combattimento a mano nuda. L'addestramento era compiuto clandestinamente a piccoli gruppi, il che contribuì a differenziare gli stili anche all'interno dell'isola.

Nel corso del XIX secolo Okinawa venne assimilata alla cultura giapponese e il significato delle tecniche di combattimento a mano nuda si modificò; fu riconosciuto il valore educativo dell'okinawa-te e si prese la decisione di insegnarlo nelle scuole.
Incominciò allora la formalizzazione delle tecniche e vennero formati quegli adepti che avrebbero trasmesso la loro arte fuori dell'isola.

Le prime dimostrazioni del Maestro Funakoshi in Giappone nel primo ventennio del XX secolo, ottennero grande successo e suscitarono la curiosità dei praticanti di arti marziali giapponesi, con i quali entrò in relazione.
La consacrazione ufficiale dell'okinawa-te però avvenne quando incominciò ad essere insegnato nelle università locali. Alcuni anni dopo Funakoshi, altri maestri di karate elaborarono stili differenti nelle varie regioni in cui si stabilirono.
Nel corso del XX secolo il Karate (così battezzato dal Maestro Funakoshi) superò i confini giapponesi per giungere in Europa occidentale e in America e proseguire il suo sviluppo fino ad arrivare ai giorni nostri.

Kata e kumite

Il karate è diviso in due specialità:

kata
kumite

[i]Kata
significa letteralmente "forma" o "stampo". Si tratta di sequenze composte da gesti formalizzati e codificati che simulano un combattimento contro avversari immaginari.
Il karate tradizionale prevede circa una quarantina di kata originali ai quali vengono ad aggiungersi delle varianti secondo gli stili. La maggior parte di questi comporta una quantità di movimenti (tecniche) compresa tra i venti e i sessanta; si tratta di tecniche di attacco e parata sia con arti superiori che inferiori.
L'importanza del kata si comprende facilmente se si riflette sul fatto che nel corso dei secoli è stato il veicolo di trasmissione e comunicazione delle tecniche di combattimento elaborate.

Il kumite è il "combattimento", incontro fra due avversari utilizzando tecniche di braccia, gambe, gomiti e ginocchia.

Allenamento

Il karate è fra le attività sportive che richiedono maggior dispendio energetico. Al pari di altre arti marziali è uno sport completo, infatti tutti i muscoli e le articolazioni del corpo vengono coinvolti durante l'esecuzione delle tecniche.

Kata e kumite prevedono diversi tipi di lavoro muscolare:

• nel kata è prevalente l'aspetto isometrico;
• nel kumite quello isotonico.

Per questo motivo, a seconda che si pratichi l'uno o l'altro, la metodologia d'allenamento sarà diversa.
È importante che tutti i muscoli del corpo siano adeguatamente preparati prima di incominciare la parte tecnica specifica: gambe, braccia, addominali e dorsali devono essere tenuti in continuo esercizio.
Altrettanto importante è la mobilità articolare, soprattutto per le articolazioni scapolo omerali e coxo femorali che condizionano l'ampiezza di tutti i movimenti.
Non esiste una metodologia di allenamento universale, gli esercizi dovranno essere adattati alle condizioni fisiche, agli obiettivi e all'età degli atleti.
Per quanto riguarda i bambini si privilegia l'aspetto ludico, proponendo esercizi con funzione propedeutica alle tecniche vere e proprie. Per gli agonisti il lavoro sarà finalizzato invece al potenziamento fisico (resistenza, forza rapida, velocità e mobilità articolare) e al miglioramento tecnico e tattico.
Infine gli amatori lavoreranno prevalentemente sulla tecnica pur senza dimenticare il potenziamento fisico che chiaramente dovrà essere idoneo alle condizioni fisiche dei singoli.

Attività agonistica

Nel karate sportivo è prevista l'attività agonistica nelle due specialità, kata e kumite.

Nelle gare di kata gli atleti si misurano nell'esecuzione delle forme e vengono valutati in base all'espressività, la potenza, la chiusura e il ritmo delle tecniche. A ogni atleta viene assegnato un punteggio, il vincitore è colui che ottiene il punteggio più alto, cioè colui che meglio "interpreta" il kata.

Nel kumite invece lo scontro fra gli avversari è diretto, si procede in base ad un tabellone ad eliminazione diretta a sorteggio e con ripescaggi.
La durata di un combattimento varia da un minuto e venti secondi a tre minuti effettivi a seconda della categoria (a cui si aggiungono eventuali tempi di recupero).
Le azioni dei combattimenti sono finalizzate a fare punti; si fanno punti portando tecniche valide su bersagli validi. Sono tecniche valide quelle di pugno, calcio (circolare, frontale o laterale) e proiezione, mentre i bersagli validi sono testa, viso, collo, nuca, petto, addome, fianchi, e schiena. A seconda del bersaglio colpito e della tecnica utilizzata possono essere assegnati 1, 2 o 3 punti. Sono previste ammonizioni per tecniche e comportamenti proibiti o per contatti eccessivi.
L'età per svolgere attività agonistica va dai 13 ai 35 anni. Esistono diverse categorie in base all'età, al peso (per il kumite) e al grado di cintura.

Curiosità

Per praticare il karate si usa il karate-gi.
Il karate-gi (conosciuto anche impropriamente col nome kimono), è composto da pantaloni lunghi e casacca, solitamente bianchi ma occasionalmente neri.
La casacca si chiude con una cintura colorata in vita; il colore della cintura indica il grado e il livello di preparazione dell'atleta. Si parte con la cintura bianca per poi passare alla gialla, arancione, verde, blu, marrone e nera. Vi sono poi sette gradi di cintura nera (dan). Solitamente il passaggio da una cintura alla successiva è subordinato al superamento di un esame di idoneità, durante il quale si deve dar prova delle conoscenze e delle abilità apprese; eccezionalmente la cintura di grado superiore può essere acquisita anche per meriti sportivi.

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AIKIDO

AI (armonia) KI (energia) DO (via) è il risultato di lunghi anni di studio condotti dal suo fondatore, Morihei Ueshiba, nel campo delle principali specializzazioni della tradizione marziale giapponese, conosciuta in epoca feudale come Bujutsu. Elegante arte di autodifesa finalizzata alla neutralizzazione mediante bloccaggi, leve articolari e proiezioni di uno o più aggressori armati o disarmati, l'Aikido è soprattutto sintesi ed evoluzione di antiche tecniche mutate dal Jujutsu classico e dal Kenjutsu (la pratica della spada), da cui trae la propria originalità ed efficacia in una serie di movimenti basati sul principio della rotazione sferica.
L'esperienza che si raggiunge con la pratica ad alto livello porta ad affrontare il rapporto con sé stessi e gli altri. La natura dell'uomo conosce la violenza, l'aggressività così come la pace, l'armonia e la collaborazione, allo stesso modo il praticante imparerà a vivere ed esprimersi in armonia.

Le tre tecniche

Molte arti marziali per tradizione si articolano sul numero tre, per motivazioni filosofiche e religiose; lo stesso vale per l'uomo che si può idealmente dividere in una parte materiale (le gambe), una vitale (l'addome) ed una spirituale (la mente). Tre sono anche i modi di lavorare dell'Aikido:

Tecniche a mani nude con le varianti in suwari-waza (in ginocchio), in hanmi-hantachi-waza (uno in ginocchio l'altro in piedi) e in tachi-waza (entrambi in piedi). Lavorare a mani nude rappresenta la piena libertà di muoversi.
Tecniche di Jo (bastone): sincronizzano il movimento delle due mani, studiano la relazione fra mani e piedi per trovare la giusta distanza di sicurezza con il compagno.
Tecniche di Bokken (spada di legno): massima espressione del giusto tempo d'entrata e di controllo.

Tre anche ritmi: jo, ha, kyu e le espressioni, i momenti della lezione: aikitai, aikijo, aikiken (che verranno affrontati in un successivo approfondimento).

L'Aikido non si vive resistendo al colpo col corpo rigido, occorre imparare a utilizzare l'energia irradiante per andare avanti ed entrare nello spazio avversario. La base dell'Aikido è il contatto: questo è il punto di partenza dell'energia irradiante. Si lavora a sfera, utilizzando tecniche che riprendono cerchi che portano o alla chiusura - immobilizzazione o all'apertura - proiezione. E' un gioco fra due forze che si contrappongono e le loro risultanti; si utilizza l'energia irradiante, la tecnica dirompente e quando si arriva al contatto la forza si sprigiona provocando lo squilibrio del compagno. Indispensabile è entrare nel cerchio dell'avversario e raggiungerne il centro. Il ki, l'energia vitale, è già dentro ognuno di noi fin dalla nascita, occorre riscoprirlo, riuscire ad usarlo spontaneamente concentrandone la direzione attraverso le tecniche. L'Aikido insegna ad armonizzare le energie mentali e fisiche, è un'arte che si sviluppa quando la vivi, occorre unire anima e corpo nel momento; non esiste azione se non si ha controllo, non si parla di parata e contrattacco, ma di controllo ed entrata. L'Aikido non ha guardia, per dare libertà all'attacco di esprimersi e così si impara a controllare il centro, concatenare i cerchi e coprire i punti deboli.

Ci spiega infatti il Maestro Gianpietro Savegnago che "la tecnica è fatta di cose semplici al momento giusto", è una scelta di tempo e non una condizione di forza o rigidità. Trovo energia in uno spostamento effettuato nel giusto tempo in cui riesco a catturare l'instabilità del compagno. E' lo stesso principio della spada: mi devo inserire con il profilo, così riesco ad avanzare maggiormente nello spazio dell'avversario. Anche la caduta è una forma di energia libera, occorre sentirla e si acquisiranno sensibilità e riflesso se vista dal lato giusto; proprio per questo non si deve pensare ho perso perché sono caduto, anzi è il contrario, perché si sviluppa una parte importante che lavora sulla sensazione. Non c'è gara nell'Aikido: le due parti vincono assieme. E' un'arte impostata sul rispetto di entrambi dove si vince con il proprio compagno. Non c'è antagonismo per scelta, esiste invece l'accettazione del ruolo: colui che accetta di cadere e favorisce la fusione delle tecniche portate dall'attaccante diventerà un buon maestro perché avrà lo spirito giusto, il cuore. Ma dov'è il cuore "spirituale" dell'uomo? Alcuni potrebbero associarlo là dove abita il sentimento, altri vicino alla ragione, per me il cuore è nelle mani: rappresentano la creatività, hanno un suo minimo e un suo massimo, sono da sempre segno di preghiera e di espressione artistica. Allora se nell'uomo persistono due centri, quello fisico (il baricentro) e quello spirituale, il praticante di Aikido deve cercare di farli lavorare assieme, per questo occorre sviluppare la creatività e la fantasia. Anche per questo motivo non ci sono gare, per non limitare il cuore. Alla fine della lezione siamo contenti in due perché abbiamo sviluppato le tecniche assieme e non sentimenti negativi. Le tre 'parti' dell'Aikido (Aiki-do tecnica, Aiki-jo bastone e Aiki-ken spada) si concatenano e rappresentano una sintesi delle armi il cui obiettivo è imparare e arrivare ad una spiritualità "Koko-rò" cuore del sentimento. Si può avere la migliore tecnica ma se non si possiede il cuore per usarla non si arriverà mai veramente ad impadronirsi dell'arte marziale".

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IL KYUDO: L'ARTE MARZIALE DEL TIRO CON L'ARCO GIAPPONESE

La storia

L'arte del tiro con l'arco venne rivoluzionata nel XV secolo dall’eroe mitico della tormentata storia giapponese, Heki Danjo Masatsugo, grazie alla sua straordinaria abilità e conoscenza. I suoi insegnamenti vennero seguiti e codificati dai guerrieri che li trasmisero per generazioni. In questo modo la scuola Heki si diffuse in tutto il Giappone differenziandosi in vari stili. Uno di questi aveva la sua sede a Kyoto, dove viveva il Maestro Yoshida Issuiken Insai, che, agli inizi del XVII secolo (dopo la battaglia di Sekigahara, ottobre 1600), fu chiamato dallo Shogun Tokugawa perché gli insegnasse la via dell'arco (il kyudo). Da allora questa scuola, che gli altri tiratori chiamano Heki Ryu Insai Ha (scuola Heki stile Insai), ha potuto fregiarsi del titolo di Heki To-ryu, dove To-ryu sta ad indicare proprio la casata dello shogun.

La tecnica e il sapere di questa scuola, che si sono sviluppate a partire dalle necessità del tiro in battaglia per i guerrieri a piedi (hosha-shajutsu), sono state tramandate intatte fino ai nostri giorni da una catena ininterrotta di maestri. In anni recenti il Maestro Inagaki Genshiro Yoshimichi, come titolare della cattedra di kyudo all'università di Waseda, ha inaugurato una serie di studi tecnici sperimentali per approfondire, spiegare e confermare, anche dal punto di vista scientifico, la profonda qualità dell'insegnamento degli antichi testi della scuola. Alcuni di questi riguardano appunto la tecnica e i suoi dettagli più sottili, altri invece riportano la filosofia e l’etica dell’arte marziale.

La tecnica

Si può iniziare per diporto o curiosità, poi la tecnica, la disciplina, l’estetica dell’arte del tiro con l’arco portano alla passione. La caratteristica peculiare del tiro Heki è il lavoro della mano sinistra (TSUNOMI NO HATARAKI) che spinge e torce l’arco: una tecnica tramandata nei secoli. Dopo alcuni movimenti preparatori molto precisi la freccia tocca lo zigomo (TSUMEAI) e si arriva a NOBIAI, gli ultimi secondi prima dello sgancio, in cui si concentra tutta l’essenza del tiro. Allo sgancio (HANARE), la freccia scocca, inizialmente, per volontà dell’arciere grazie al lavoro armonico di mano destra e mano sinistra e ad una corretta tensione del corpo. Dopo anni di allenamento assiduo l’arciere è in grado di sganciare con efficacia, naturalezza e colpisce il bersaglio (mato). Ciò è possibile se la tecnica è vera e corretta e se lo spirito (kokoro) è sincero. Il kyudo non pone di fronte due contendenti, bensì un arciere davanti ad un bersaglio, che attesta la corretta esecuzione. In un certo senso si può dire che il kyudoka con la pratica si pone di fronte a se stesso, ai propri limiti, alle proprie potenzialità. Si tira a piedi nudi su di un pavimento in legno, in un dojo (luogo dove si pratica la Via), in ogni stagione. I bersagli sono situati in un terrapieno coperto, detto azuchi. All’inizio della giornata e, soprattutto per i principianti, si tira al makiwara (paglione a distanza di due metri). Questo consente di studiare bene la forma senza la distrazione e l’ansia che può creare il bersaglio. Si usa una freccia in bamboo senza penne. Una lezione ordinaria prevede 100 frecce al mato, ovvero un bersaglio del diametro di 36cm, di carta di colore bianco, con alcuni centri concentrici di colore nero, posto a distanza di 28 metri. Durante un allenamento completo, ma soprattutto in caso di particolari ricorrenze o in presenza di ospiti, vengono effettuate due frecce cerimoniali (TAI HAI) al bersaglio: una in piedi e una in ginocchio. Saltuariamente viene effettuato il tiro a 60 metri (ENTEKI) , ad un paglione del diametro di circa un metro. La tecnica è la medesima, ma vengono utilizzate frecce più leggere, con penne più basse; la mira viene leggermente alzata.

La filosofia

Il Kyudo è considerato un'Arte Marziale e viene praticato anche da persone che mirino al raggiungimento di un particolare stato d'animo, al dominio del corpo, a una disciplina del comportamento che poi pervadano il quotidiano per rifletterne la benefica influenza su tutta la vita. Il progresso nel tiro e nella sua tecnica è frutto del miglioramento ottenuto con l'esercizio in quanto tale, insieme con l'irrobustimento dello spirito ottenuto con la pratica. Il fine del kyudo consiste nel raggiungere la conoscenza dello “spirito dell’arco” (yumi no kokoro), uno stato che spesso viene indicato usando il termine tipicamente zen di satori. Un tiratore potrà raggiungere lo stato di “massimo livello di comprensione dell'essenza delle cose” di mente libera, serena e vuota da futili pensieri, quando sarà in grado di eseguire il giusto NOBIAI.

NOBIAI è una voce di difficile spiegazione per coloro che non hanno una sufficiente pratica: oltre all'estrema tensione dell'arco significa anche massima estensione orizzontale e verticale del corpo, estrema espansione della persona, decisa intensificazione delle tecniche da applicare nel momento, in uno con intensità dello spirito ed assenza d'intenzione crescenti.

Scopo di chi si esercita nel vero Kyudo è raggiungere gradualmente uno stato d'animo limpido, esercitando tenacemente proprio quella giusta tecnica che coltiva il tirare per colpire forte, con piena energia. La comprensione è intesa principalmente come mentale, l’apprendimento come fisicocorporale, insieme costituiscono il “capire per averlo fatto”, per esperienza. Le qualità proprie del Bushido (quale morale eroica del guerriero giapponese) come la determinazione, l’assiduità nello sforzo, l’intelligenza (l’intuizione), la rettitudine, la serenità, l’equilibrio, la sincerità e la generosità nell’azione possono essere coltivate solo con il perfezionamento della tecnica, seguendo con fedeltà le regole della tradizione. Il detto “kan chu kyu”, colpire con potenza il centro sempre, riassume nel modo più sintetico possibile lo spirito della scuola.

Il Maestro Inagaki sosteneva a tale proposito che “visione serena dei doveri” nel suo insegnamento significa accogliere l'esercizio dei propri doveri come occasione di miglioramento, naturalmente non solo nella giusta pratica del Kyudo, ma anche nel quotidiano.
“Affinare spirito e volontà” è dovuto in ogni occasione per contribuire allo spessore e alla maturità della persona. La pratica di tiro è soltanto una parte dell'allenamento complessivo dell'individuo: disciplina, sacrificio e generosità non si esercitano solo tirando quando la mano duole, quando gela o andando a recuperare le frecce proprie e altrui. In breve, le regole del kyudo e la disciplina del Dojo hanno ragione d'essere per esemplificare ed influenzare il quotidiano.
La tecnica di tiro comprende forme e azioni proprie; essa può assumere taluni lineamenti delle tecniche Zen, ma il Kyudo non è solo questo perché soltanto l'unione dei tre elementi, forma, azione e spirito fusi insieme, può considerarsi vera e completa Arte nella sua forma migliore. Innanzi al bersaglio il kyudoka fa i suoi passi e si dispone in posizione di tiro senza che la mente se ne occupi, i suoi gesti incoccano la freccia poi eseguono TORIKAKE: si sviluppa la massima energia possibile del corpo e della mente, l'arco viene teso fino allo stremo, infine la freccia è scoccata. Ecco che hanno agito assieme, con la massima intensità, l'energia di tutto il corpo e lo spirito, dal profondo del cuore.

Diffusione in Italia ed organizzazione

In Italia esiste un’Associazione per il tiro con l’arco tradizionale giapponese (A.I.K.) che a sua volta é affiliata alla federazione europea (E.K.F.) e alla federazione giapponese (ZNKR). All’interno dell’A.I.K. vi sono gruppi facenti capo ai due stili principali:

la scuola Heki Toryu (la scuola Heki scelta dalla famiglia dello Shogun), chiamata dalle altre scuole Heki Ryu Insai Ha (scuola Heki di stile Insai);
lo stile SHOMEN.

La Heki To-ryu, la più diffusa in Italia, può vantare una discendenza diretta da maestro a maestro per 19 generazioni ed ha mantenuto sostanzialmente inalterati i fondamenti della tecnica. Lo stile Shomen è frutto di una sintesi, operata nel 1900 in Giappone, atta a codificare e uniformare in un unico nuovo stile le altre scuole conosciute. Il carattere è più cerimoniale e non ha come fine “colpire” il bersaglio, mentre lo stile della scuola Heki, di tradizione militare, considera il fatto di centrare il bersaglio come determinante, in quanto originalmente questo significava “vita o morte”. La scuola Heki prevede gare e tornei, come in una disciplina sportiva, anche se il fine della competizione non è propriamente l’agonismo, bensì una strategia per l’apprendimento e la crescita dell’arciere.

BOX

Inagaki Genshiro Yoshimichi (1911-1995)

Nato a Tokyo nel 1911, nel 1930 frequenta la Scuola superiore Daiichi Waseda e nel maggio 1936 si laurea all'Università di Waseda. Fin dall'inizio del periodo universitario pratica il Kyudo sotto Urakami Sakae, 10° Dan, Maestro titolare della storica Scuola Heki e responsabile dell'insegnamento del Club di Kyudo dell'Università. Nel 1957 vince il primo Confronto Nazionale voluto dall'Imperatore, in sua presenza. Dal 1969 il Maestro Inagaki incominciò a insegnare la tradizione giapponese del kyudo anche in Europa, dove si è recato ben 21 volte, contribuendo così alla crescita dei kyudoka soprattutto in Germania, Italia e Finlandia affinché diventassero una guida per altri paesi. Dopo essere succeduto al suo maestro come insegnante di Kyudo all'Università di Waseda, venne nominato professore all'Università di Educazione di Tokyo. Inagaki era animato da una convinzione assolutamente evidente circa l’esercizio del kyudo: credeva nell’importanza fondamentale della tecnica del tiro (Shajutsu), tecnica che venne creata dall’esperienza acquisita sul campo di battaglia da numerosi bravi arcieri (per i quali l’abilità nel tiro faceva la differenza tra la vita e la morte) e credeva nello spirito, Kokoro, che esiste dietro Shajutsu. Per questo motivo si esercitava con il desiderio di far rivivere la scuola dei grandi maestri del passato. Ora questa opera continua grazie al suo successore, il Maestro Mori Toshio, titolare della cattedra di kyudo all'università di Tsukuba che ogni anno visita il nostro paese conducendo dei seminari estivi.

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INTRODUZIONE AL KENDO, LA VIA DELLA SPADA

Il kendo è la leggendaria scherma tradizionale dei Samurai, letteralmente Via (“do”) della spada (“Ken”). Arte marziale giapponese per eccellenza, si pratica utilizzando lo shinai, un bastone formato da quattro canne di bambù, in sostituzione della vera e propria spada, la katana. Durante l’allenamento il corpo viene protetto da una armatura, bogu, formata da maschera, corpetto, guanti e un paraventre. Lo shinai viene usato con entrambe le mani e il colpo deve essere inferto come si farebbe con una vera spada: non si deve quindi “battere” come con un normale bastone, ma “tagliare” sui punti prestabiliti del corpo in modo da procurare una ipotetica morte o messa fuori combattimento dell’avversario.
Ma che cosa è il kendo? È la più antica arte marziale e, con il Sumo, l’unica autoctona del Giappone. Alcuni la fanno derivare dalla scherma cinese unicamente perché scambiano le tecniche di costruzione delle spade usate nel Katai con l’impiego dell’arma stessa; ma la Katana è inconfondibilmente giapponese e l’impiego che ne fece la nobiltà guerriera è magistralmente descritto in volumi celebrati. Poco reclamizzata ai giorni nostri da film o personaggi spettacolari, la scherma giapponese è stata meno divulgata del karate, ad esempio, il quale è, si noti, poco praticato nella terra del Sol Levante. Il kendo invece conta milioni di appassionati ed è inserita come materia nelle scuole dell’obbligo fin dalle elementari. Il kendo è anche sport, ma non solo. Come tutte le arti marziali, in special modo la spada che affonda le sue radici in tempi antichissimi, conserva lo studio delle buone maniere, della cortesia e della filosofia del combattimento, l’accettazione serena di una vittoria o di una sconfitta. Un approccio decisamente diverso dalle moderne attività sportive, votate all’agonismo più estremo che troppo spesso dimenticano il ruolo dell’educazione e della crescita dell’individuo. La storia del kendo fu tratteggiata in epoche successive dallo Zen e dal Confucianesimo. Questi insegnamenti aiutano la pratica da un punto di vista morale e filosofico. La fedeltà alla parola data, il superamento della paura della morte, la sopportazione del sacrificio sono tutti elementi comuni al Kendo. Se consideriamo che questa era l’arte marziale della Nobiltà Guerriera giapponese, appare chiaro come la formazione del praticante venisse basata sia sullo studio della tecnica che della filosofia.

Le virtù fondamentali possono essere sintetizzate in:

• benevolenza
• giustizia
• etichetta
• correttezza
• saggezza
• sincerità

Il comportamento di un buon praticante deve sempre tener conto di questi aspetti; non rispettarli o trascurarli significa non praticare correttamente il Kendo e quindi col tempo perdere il contatto con la vera disciplina.
Il kendo moderno è una forma di budo da dojo, cioè trova le condizioni ideali di esecuzione nella sala di pratica, o dojo. La postura da assumere è estremamente eretta e quindi naturale. Lo sforzo da compiere nell'allenamento diretto tende allo sviluppo della maturità spirituale dell'individuo, la sua "abilità interiore", uno stato che porta al pensiero riflessivo e all'introspezione. La diffusione del kendo come sport si giustifica solo nell'intenzione di fare diventare questa arte un veicolo di trasmissione dello spirito del kendo in sintonia con la tradizione e nel rispetto di essa.

Kendo e filosofia
Dalla fusione di tecnica e spirito si può iniziare il cammino lungo la via della spada.

Il kendo è sì una scherma, ma soprattutto un’arte che si accompagna alla vita e le va accanto procedendo e seguendo i moti dello spirito - Shin in giapponese, parallelamente all’Estetica e alla bellezza delle linee eleganti. Occorre coltivare un'essenza spirituale la cui profondità e complessità risale all'arte classica della spada giapponese. La spada è una via per disciplinare il carattere umano attraverso l'applicazione dei principi del katana, un'arte che insegna la disciplina, e un'attività che permette l'esercizio fisico.
Il vero scopo del kendo è imparare a risolvere i problemi della vita senza sguainare la spada.
Non è il perfezionamento di una tecnica fisica, ma lo sviluppo di una mente fluida e sensibile, in grado di reagire a qualunque problema si pari di fronte, istintivamente, senza timori né esitazioni, indipendentemente dalla situazione. Tale linea di pensiero deriva da concezioni anteriori all'era Tokugawa, come il principio Muteka tsu - vittoria senza l'uso delle mani, di Tsukahara Bokuden (1490-1571) e la dottrina Muto - assenza di spada di Yagyu Tajima no Kami (1527-1606). Altro importante personaggio, Y Amaoka Tesshu (1837-1888), riteneva che chi porta una spada deve adeguarsi allo spirito nel quale essa è stata forgiata. I maestri forgiatori come i famosi Masamune lo facevano con lo spirito di Nukazu Nisumu che significa [/b]dirimere le dispute "senza sguainare la spada"[/b]. Per applicare questo principio al kendo, paradossalmente, occorre apprendere in che modo estrarre e utilizzare la spada.

La spada giapponese e lo iaido
Creare l'emozione attraverso la resistenza all'emozione

Lo iaido ed il kendo sono strettamente collegati. Lo iaido consiste nell'allenamento base del maneggio della spada, il kendo è l'applicazione pratica di questi movimenti. Perché lo iaido, creato come tecnica per uccidere, sopravvive nella società moderna? L'idea fondamentale dello iaido non è quella di attaccare per primi un avversario; è stato piuttosto concepito quale tecnica di auto-difesa. Salvo un paio di eccezioni, i kata (le forme) sono pensati per rispondere agli attacchi portati da altri e quindi non si attacca mai per primi.
L'essenza dello iaido è nota come Saya no uchi, letteralmente dentro il fodero, per vincere senza sfoderare. Una volta che la spada è sguainata uno dei due combattenti cadrà sicuramente. Ma se si riesce a raggiungere uno stato di armonia con l'altro è possibile evitare un inutile conflitto e viene meno la necessità di estrarre la spada. L'ideale è che il carattere dell’allievo venga forgiato attraverso l'allenamento in modo che, l'avversario perda ogni sentimento di antagonismo ed i due raggiungano l'armonia.
Così come in tutte le arti marziali, all'inizio l'allenamento dello iaido si concentra sulla tecnica per poi passare gradualmente, mano a mano che l'abilità migliora, alla vera disciplina. Un allievo con un allenamento spirituale insufficiente, per quanto bravo tecnicamente, diventerà estremamente nervoso nei momenti critici e verrà sconfitto. Molti tra coloro che venivano considerati maestri dell'arte praticavano regolarmente la meditazione Zen. Vi è un profondo legame tra il concetto buddista Zen di vuoto e lo spirito delle arti marziali. Il vuoto implica il distacco da tutte le cose mondane. Più si desidera vincere o si teme la morte meno il proprio corpo obbedirà alla propria volontà. Se si riesce a raggiungere uno stato di vuoto non ci sarà nulla da perdere e pertanto sia il corpo sia la mente saranno liberi. Uno degli obiettivi della pratica del kendo oggi potrebbe essere il raggiungimento di questa libertà spirituale.

Ogni volta che si termina una lezione di kendo ci si sente calmi e felici. Allontanarsi dallo stress della vita quotidiana per concentrarsi esclusivamente sul maneggio della spada aiuta a ritrovare il gusto per quei piccoli e preziosi momenti che ci rendono felici.
La parola “pace”, in giapponese, si scrive con due ideogrammi che rappresentano rispettivamente la tranquillità e l'armonia. Quando si raggiunge la calma mentale e si armonizza con gli altri, la spada non è più mezzo per uccidere ma tecnica per far vivere, per permettere a sé stessi ed agli altri di continuare a vivere. Da strumento di guerra, il kendo viene trasformato in strumento di pace.
Benché le arti marziali giapponesi tradizionali quali il kendo, lo iaido, il karate, il judo e l'aikido siano sport da combattimento messi a punto per sconfiggere l'avversario, la loro reale essenza consiste nel disciplinare la mente attraverso l'allenamento tecnico.

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KUNG-FU

In cinese kung fu significa “adepto”, “uomo che vuol seguire il successo”, “sforzo umano” ed è proprio il duro lavoro che, da millenni, caratterizza l'apprendimento profondo dell’arte marziale. In Giappone ha assunto il nome di Kakutei-jutsu, anche se a volte lo stesso termine viene espresso nella grafia Gong-fu. Il Kung Fu proviene dalla millenaria arte da combattimento cinese, e proprio per il suo alto valore sociale è considerato lo sport tradizionale della Cina. Il termine kung fu rappresenta il nome con cui sono maggiormente note in occidente le arti marziali tradizionali cinesi, anche se definire le caratteristiche di più di 400 diverse scuole di stile risulta un compito assai arduo. Il Kung Fu rappresenta, soprattutto, il nome collettivo che racchiude al suo interno la miriade di tecniche e stili di combattimento diffusi sul territorio cinese. Fra i più importanti possiamo distinguere:

Chung Kuo ch'uan (pugilato cinese);
Ch'uan fa (metodo di pugilato);
Ch'uan shu (arte del pugilato);
Wu shu (arte marziale);
Wu i (abilità marziale).

Questa forma di arte marziale deve la sua fama ai film realizzati da Bruce Lee alla fine degli anni ’60: un Kung Fu rappresentato da tecniche e movimenti molto simili al Karate giapponese e da posture che riprendevano i movimenti degli animali.

Le origini

Esiste un gran numero di leggende sull'origine delle arti marziali cinesi. Quello che si sa di sicuro è che le prime rappresentazioni artistiche di uomini (probabilmente soldati) in posa marziale risalgono al periodo preistorico (oltre 4000 anni fa). Il Kung Fu rimase essenzialmente composto da una serie di danze di guerra e da esercizi fisici di preparazione militare fino al periodo denominato "primavere ed autunni" (770 - 476 a.C.) in cui nacquero e si svilupparono le grandi correnti filosofiche cinesi come il Taoismo ed il Confucianesimo. In quest’epoca le tecniche marziali iniziarono a fondersi con la filosofia e la religione fino a diventare un argomento di studio persino nei monasteri.

Dalla saggezza guerriera dell’antico Kung Fu, derivata dagli insegnamenti del Taoismo e dalla pratica dello Shaolin-si, per secoli riservato solo ai prescelti, si passò via via ad una diffusione sempre più ampia tra la popolazione civile che dall’altra causò la dispersione dei maestri su un territorio vastissimo, determinando l’ulteriore frammentazione delle conoscenze e degli stili. In Cina Popolare, la disciplina del Kung Fu è regolata dal Ministero dello Sport e insegnata da istruttori di educazione fisica dipendenti dal Ministero stesso. Nonostante le inevitabili modernizzazioni, gli stili cinesi si identificano, ancora oggi, in due grandi gruppi:

Weijia – Stili duri o “esterni” Allenamento delle reazioni muscolari che enfatizza l’uso della forza e la rapidità dei gesti. Sviluppo di movimenti vigorosi come calci e pugni.
Neijia – Stili morbidi o “interni” Allenamento dell’agilità e controllo della respirazione addominale. Si basa sullo studio della forza interiore, sull’efficacia dello spirito in combattimento, sui punti vitali della medicina tradizionale cinese. I movimenti sono naturali e vengono eseguiti con lentezza.

La pratica

L’efficacia dei vari stili tradizionali di Kung Fu si rivela all’allievo solo dopo un lungo addestramento e una pratica assidua.

Le tecniche di combattimento, infatti, devono essere ripetute per innumerevoli volte, finché il praticante saprà reagire d’istinto alla pressione dell’avversario. Tutto accadrà spontaneamente in quell’attimo in cui il tempo e lo spazio assumeranno un nuovo significato. Agli occidentali potrebbe sembrare incomprensibile mantenere faticosamente le tecniche in “posizioni assurde”, soprattutto se confrontate con sport da combattimento più recenti: questo è l’antico segreto della marzialità orientale, solo con dedizione e pazienza si avrà l’accesso ad una realtà più profonda. Allenare il Kung fu, in accordo con i principi dell'antichissima medicina cinese, è un ottimo modo per raggiungere l’equilibrio psicofisico, parallelamente a tutti quei vantaggi che può dare qualsiasi disciplina sportiva (condizionamento cardiorespiratorio, eliminazione delle tossine, riequilibrio ormonale, vantaggi per l'apparato muscolo-scheletrico, miglioramento della coordinazione, ecc.). La sensazione di benessere che pervade l’organismo dopo una corretta pratica enfatizza la cura degli aspetti respiratori ed energetici che, a lungo andare, entrano a far parte della vita quotidiana.
La pratica del Kung Fu è graduale, e passa dalla comprensione delle tecniche di base e della forma

Bo: Posizioni
Taidu: Guardie
Quan: Attacchi di pugno
Jiao: Attacchi di calcio
Tao Lu: Forme, esercizi in singolo

allo studio del combattimento

• Sequenze a mani nude o con armi
• Esercizi con l’avversario
• Combattimenti prestabiliti a mani nude o con armi
• Combattimento libero

e delle armi

Armi corte: Dao (sciabola) Nandao (sciabola del sud) Jian (spada)
Armi lunghe: Gun (bastone) Qiang (lancia) Jiujie-bian (frusta a nove sezioni) Erjie-Gun o Nunchaku (bastone a due pezzi) Sanjie-Gun (bastone a tre pezzi)
Altre armi: Sheng-biao (dardo meteora) Shuang-gou (doppi uncini) Pudao (scimitarra) Dadao (alabarda)

Il valore atletico del Kung Fu si ritrova nell'educazione e nell'affinamento dei movimenti che devono risultare comunque fluidi, morbidi ed eleganti nella loro veloce e spesso complessa successione di movimenti nei quali la centralità e l'equilibrio del corpo è fondamentale. Il successo di immagine come disciplina dimostrativa orientale ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ha gradualmente modificato l’antica tradizione del Kung Fu. Gli adattamenti tecnici dovuti alle esigenze competitive dell'occidente hanno operato una interessante trasformazione in sport internazionale, ponendo le premesse come futuro sport olimpico. Attualmente la International Wushu Federation - I.Wu.F. conta 86 Federazioni Nazionali affiliate che rappresentano i cinque Continenti e si stima che i praticanti del Kung Fu - Wushu nel mondo siano vicino ai 10 milioni, considerando che nella sola Cina vi sono oltre 12.000 scuole.

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TAE KWON DO

Tae Kwon Do, in coreano, significa letteralmente Arte di calciare e di colpire con il pugno, da “Tae” calciare, “Kwon” colpire con il pugno e “Do” via, arte. Si tratta di una disciplina marziale che si è sviluppata attraverso i secoli, attingendo tecniche veloci e lineari dalle forme di combattimento giapponesi, come il karate, e movimenti fluidi e circolari dagli stili cinesi, come il Kung Fu. Ma il Tae Kwon Do si distingue in particolare per l’efficacia, il dinamismo e la spettacolarità delle sue tecniche di gamba (calci circolari ed in volo, calci multipli).

Sviluppo storico

Il Tae Kwon Do, per anni considerato come una varietà di Karate coreano, ha in realtà una solida cultura di base. Le sue origini si fanno risalire al 50 a.C., quando l'attuale Corea era divisa in tre regni: Silla, Koguryo e Paek Che. Il più piccolo di essi, Silla, sviluppò e perfezionò un sistema di difesa e attacco, chiamato Tae Kyon "combattimento con le gambe", che contribuì molto alle vicende storico militari del regno. Si narra che l’antica dinastia della nobiltà guerriera “Hwa Rang”, Fior della gioventù, grazie a queste tecniche riuscì a difendersi dall'attacco degli invasori e riunificare il paese. Anche negli altri regni si diffusero man mano diverse forme di lotta di cui restano ampie tracce nei dipinti che affrescano i soffitti di Muyong-chong, una tomba reale della dinastia Koguryo. Questa misteriosa arte del combattimento, che nella storia assunse diversi nomi (Subak, Taekkyon, Hwarangdo, ...), si diffuse a tal punto da divenire molto popolare tra gli usi e i costumi locali. Quando, nel 1910, il Giappone invase la Corea e vietò la pratica di ogni arte marziale, alcuni maestri furono costretti ad emigrare mentre altri continuarono a praticare il Tae Kyon clandestinamente. Al termine della seconda guerra mondiale il Giappone, sconfitto, ritirò le sue truppe dalla Corea, che tornò ad essere libera e con essa anche la pratica delle arti marziali. Le diverse scuole di combattimento ripresero vigore e negli anni ‘50 si unificarono prendendo il nome definitivo di Tae Kwon Do. Il Tae Kwon Do divenne sport nazionale (fu inserito nei Giochi Nazionali Coreani fin dagli anni '60) e contemporaneamente iniziò a diffondersi grazie all’opera di istruttori coreani che lo esportarono in tutto il mondo.
La presentazione in Italia è avvenuta ufficialmente in seguito alla dimostrazione effettuata a Roma nell’ottobre del 1965 dai Maestri Park Sun Jae, Park Young Ghil e Park Chun Ung facenti parte dell’allora FITAK, Federazione Italiana Tae Kwon Do e Karate. Oggi nel nostro paese questa disciplina è riconosciuta dal CONI alla FITA, Federazione Italiana Taekwondo, sotto l’egida internazionale della WTF, World Taekwondo Federation.

Sport Olimpico

In occasione dell’edizione coreana delle Olimpiadi, Seoul nel 1988 ospitò la prima dimostrazione olimpica di Tae Kwon Do. A questa manifestazione di benvenuto faranno seguito anche i giochi di Barcellona ‘92, fino al riconoscimento ottenuto a Sidney nel 2000 come sport olimpico ufficiale. Un traguardo importante che è stato raggiunto dal Tae Kwon Do grazie al crescendo di popolarità e successo degli ultimi anni.

Applicazioni pratiche

Lo studio del Tae Kwon Do moderno ci offre un’idea degli antichi metodi di combattimento senza armi, basati sull’uso predominante e specializzato di parti del corpo umano per sferrare i colpi. Non possiamo non rimanere impressionati dalle tecniche d’attacco, contrattacco e difesa in cui braccia e gambe agiscono con straordinaria efficacia.

Il corpo, MOM, è suddiviso in tre parti:

EOL GUL - alta, dalla testa fino al collo
MOMTONG - media, dal collo all’addome
• PAL = braccia
• SON = mani
ARE - bassa, dall’addome in giù
• DARI = gamba
• +BAL = piede
Questi tre livelli indicano, di conseguenza, la direzione in cui sono rivolti attacchi e difese.

Le tecniche sono il risultato di azioni eseguite sia con le mani/braccia che con le gambe, o anche con il solo spostamento del corpo.

Combattimenti in gara

Gli atleti, divisi per sesso, età e categorie di peso (otto), indossano la tradizionale divisa bianca (dobok) con cintura, sono muniti di protezioni (casco e corpetto) e si affrontano su un quadrato di 12m x 12m. I colpi validi per il punteggio possono essere diretti solo sul tronco o al volto dell'avversario usando il piede; usando il pugno il solo bersaglio valido è il tronco. Il combattimento, della durata di tre riprese, di tre minuti ciascuna e 60 secondi di intervallo, è diretto da un arbitro centrale coadiuvato da tre giudici d'angolo. Dai punti validi si sottraggono le eventuali penalizzazioni per tecniche proibite (spingere, colpire il viso col pugno, colpire col ginocchio, atterrare l'avversario ecc.). L'incontro di Tae Kwon Do, oltre che con la vittoria ai punti, può concludersi per abbandono, squalifica, K.O. o intervento arbitrale. (Regolamento della Federazione Italiana Taekwondo)

Tecniche di rottura

Consiste nella rottura di tavolette di legno o mattoni mediante tecniche di pugno o di calcio. Questo aspetto del Tae Kwon Do non rappresenta però una vera e propria specialità come possono esserlo le forme o i combattimenti, piuttosto una dimostrazione da utilizzare per far leva sulla spettacolarità e la performance. A livello di apprendimento le tecniche di rottura possono invece costituire un’utile pratica per lo sviluppo della focalizzazione energetica ovvero quella specifica abilità delle arti marziali di concentrare in un unico impatto la massima forza ed energia, il ki (inteso come fonte di energia, spirito, carattere), in un preciso istante. Eseguire una tecnica di rottura senza ferirsi significa aver raggiunto, dopo una lunga pratica, quella particolare disposizione d’animo e di spirito che porta al massimo la concentrazione e il controllo della potenza muscolare.

La filosofia del Tae Kwon Do

Il Tae Kwon Do è molto di più di un combattimento finalizzato allo sviluppo fisico e tecnico: esso è infatti rivolto soprattutto ad un affinamento etico e morale dei suoi praticanti. L’allenamento per la coordinazione mente-corpo è un modo per entrare in armonia con se stessi attraverso lo sviluppo dell’individuo lungo la via, quel “Do” che significa cammino verso un’arte che si sceglie di seguire. I veri Maestri di Tae Kwon Do sono stimati per la personalità serena che deriva dal loro vivere nel tempo presente le leggi della natura e le energie vitali in completa sintonia con se stessi. Una visione che trae le sue origini dalla filosofia buddista (introdotta durante il regno di Koguryo dalla Cina nel 347 d.C.). Il concetto fondamentale è rappresentato dall’eterno dualismo yin e yang delle antiche arti cinesi ovvero all’equilibrio di due forze opposte e complementari. Se, ad esempio, un avversario si saprà dimostrare aggressivo, il difensore dovrà, invece, procedere con cedevolezza; in questo modo si sfrutterà l’energia negativa dell’aggressore a nostro favore, trasformando ciò che era duro all’inizio in morbido e permettendo all’energia di rigenerarsi come un cerchio che si chiude. Ecco che anche il Tae Kwon Do rivela il suo processo di evoluzione dualistica: duro e morbido, lineare e circolare, fisico e mentale. I Maestri, dunque, si richiamano ad un sistema di etica e morale che motiva ed ispira la loro pratica dall’interno e la guida verso il raggiungimento di livelli ignoti, ben al di là dei confini immediati e ristretti del combattimento fra uomini. I principi formatori del Tae Kwon Do seguono sia la filosofia buddista che l’antico codice d'onore dei guerrieri Hwarang. In questi undici comandamenti traspare la vera essenza da tramandare nell’arte marziale:

• Fedeltà al tuo paese
• Rispetto dei tuoi genitori
• Fedeltà alla tua sposa
• Rispetto ai tuoi fratelli
• Lealtà verso gli amici
• Rispetto agli anziani
• Rispetto dei tuoi insegnanti
• Non uccidere ingiustamente
• Spirito indomabile
• Fedeltà alla tua scuola
• Termina ciò che inizi


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SUMO

Letteralmente la parola Sumo significa strattonarsi l'uno con l'altro: il fine non è quindi quello di colpire, come in altre arti marziali, ma quello di riuscire a sbilanciare l’equilibrio di un avversario a dir poco “mastodontico”. In Giappone, i metodi di combattimento senza armi, ideati ed applicati nel loro lungo periodo feudale (iniziarono ad apparire nella dottrina marziale dal sedicesimo secolo in poi), avevano in comune fra loro certe caratteristiche strumentali e funzionali intrinseche. Ad esempio l’uso del corpo umano, debitamente addestrato, condizionato e rafforzato.

Le origini

Antica forma di lotta, il Sumo ha conservato elementi della sua lunghissima tradizione. Prima del periodo tra il 1570 e il 1600, sembra fosse una forma di combattimento molto ampia che, sebbene modificata per quanto riguardava i colpi e i calci mortali (proibiti da un decreto imperiale durante il regno Shomu perché giudicati ineleganti), non differisse sostanzialmente dalla lotta mongola o persino da certi stili europei. Nel 1570 venne introdotto il ring, dohyo e le regole di base che fissavano i ranghi, gli scopi e le tecniche fondamentali. Ancora oggi l’organizzazione del Sumo mantiene l’antica divisione in tre gruppi dei suoi seguaci: i lottatori, gli arbitri e i giudici.
Il Sumo ha attraversato i secoli trasformandosi da intrattenimento per gli imperatori a forma d’arte e spettacolo nazional popolare, alla ricerca di un equilibrio costante tra tradizione e innovazione.

I lottatori, sumotori

Si tratta di uomini insolitamente alti e poderosi, scelti per la loro incredibile grandezza e condizionati per mezzo dell’allenamento e di diete appropriate in modo da raggiungere proporzioni colossali. Più pesante è il sumotori, più basso sarà il suo centro di gravità e quindi più difficile diventerà espellerlo dal ring. I lottatori di Sumo mantengono il loro peso attraverso una speciale dieta chiamata “chanko nabe”, lo stufato tradizionale a base di riso, maiale, uova e vegetali. Nonostante le apparenze, i sumotori non sono esclusivamente grassi anzi, oltre a compiere regolarmente esercizi di sollevamento pesi per aumentare la loro resistenza, sono sorprendentemente agili! A causa dei campioni minimi di peso e altezza (5'7"e 165 libbre), alcuni si riempiono di acqua per fare fronte alle richieste minime. Ogni lottatore porta una tradizionale acconciatura dei capelli, chiamata ichomage. Risale al periodo Edo del Giappone (1603-1867) e non ha una funzione meramente decorativa, assicura infatti protezione alla testa durante le cadute.
Tutti i sumotori portano la classica cintura di seta che la tradizione fa risalire alle imprese di Hajikami od Omi, un lottatore di tale forza e abilità che in un torneo tenuto a Osaka mille e cento anni fa non fece toccare a nessuno degli avversari nemmeno la corda, shimenewa, legata intorno alla sua cintola! Prima o dopo l’incontro, i grandi campioni sono autorizzati a portare la cintura cerimoniale, di seta riccamente ricamata e decorata, il kesho-mawashi, la cui tradizione risale ad un altro lottatore, il possente Akashi, che nel 1600, imbarazzato dalla propria nudità al cospetto dell’imperatore, si avvolse in un enorme stendardo appeso in un’asta vicina, stabilendo così inconsapevolmente una moda che viene seguita ancora oggi.
Storicamente, queste cinture ricamate, rappresentavano il signore feudale a cui apparteneva il lottatore, ma oggi denotano il suo luogo di nascita, la casata, il grado e lo sponsor.
Formato da seta pesante, il mawashi è piegato in sei ed è avvolto intorno all'inguine ed alla vita da quattro a sette volte, e rappresenta una parte importante della tecnica del lottatore: ci sono quasi 70 modi differenti per manovrare l’avversario attraverso prese sul mawashi.
Ogni campione è, infine, scortato da un attendente tsuyuharai, come per i capi militari feudali, e da un portatore di spada, tachimochi.

La piramide gerarchica

I sumotori possono raggiungere diversi gradi e titoli in base all’esperienza e alle vittorie raggiunte.

• Grandi campioni: Yokozuna
• Campioni: Ozeki
• Campioni minori:Sekiwake
• Precampioni: Komusubi
• 1° Rango, lottatori seniores
• Maegashira
• Aspiranti al 1° Rango
• Juryo
• Seniores del 2° Rango
• Maku-shita
• Grado di Dan
• 3° Sandamme 2° Jo-nidan 1° Jo-no-kuchi
• Apprendisti
• Principianti: Honchu
• Reclute: Maezumo

Le tecniche, kimarite

Il lottatore parte da una posizione in accosciata, Shikiri-no-kamae, con il corpo appoggiato sui calcagni. Dalla guardia si tentano le varie tecniche, basate sui principi di forza, agilità e strategia comuni alle altre arti marziali e alle antiche forme di lotta greco-romana.

Esistono circa duecento movimenti fondamentali, derivanti da trentadue "tecniche di base", o combinazioni di esse:

• Spinta con le sole mani, tsuki
• Spinta con tutto il corpo, oshi
• Presa, yori

Le diverse applicazioni si differenziano per piccoli dettagli, ad esempio se il lottatore continua a tenere la presa mentre porta fuori il suo avversario o se invece lo "spinge" via.

• Proiezioni, ipponzeoi
• Traino, utchari

Le proiezioni sfruttano la forza e la velocità dell'avversario al fine di sbilanciarlo dalla sua posizione. I lottatori di Sumo non avendo "prese" sulla giacca come nel Judo o nel Karate, usano solo il mawashi (perizoma) o addirittura prese articolari strette sulle braccia per effettuare il lancio.

• Sollevamenti, tsuridashi

Le prese con sollevamento sono momenti di spettacolo imprevedibile negli incontri di Sumo. Uomini di oltre cento chili che ne sollevano di altrettanto pesanti!

Le tecniche si possono, a loro volta, dividere in due gruppi:

• contatto fisico limitato percuotere con le mani, tsuppari; sgambettare, hataki-komi; sferrare colpi con le gambe, ketaguri; effettuare prese con le gambe, ashi-tori
• contatto fisico completo sono compresi un ampio numero di colpi inferti con la testa, le braccia e l'anca, e soprattutto le proiezioni, Utchari (come nell'immagine di esempio) efficacissime per spiazzare l'avversario.

Gli arbitri, gyoji

L’arbitro, alla sua nomina, riceve il nome delle antiche famiglie che un tempo rappresentavano le massime autorità nell’arte di giudicare un lottatore di Sumo: Kimura e Shikimori. Anch’essi vestono per l’occasione ricchi costumi che risalgono al periodo Ashikaga e il ventaglio ne indica il livello di esperienza: si passa dall’azzurro e bianco per gli incontri tra juryo fino ad arrivare al color porpora per quelli tra gli yokozuna. La figura degli arbitri, sul ring, riceve il massimo rispetto di lottatori e giudici.

Il ring, dohyo

Area circolare sopraelevata, alta sessanta centimetri che un tempo era formata da sedici balle di riso, legate a formare un diametro di quattro metri e mezzo. Il ring è considerato dai praticanti un luogo sacro. Composto da una speciale argilla e da uno strato di sabbia, deve essere purificato prima di ogni torneo mediante spargimento di sale. Anche gli arbitri, a loro volta, effettuano una cerimonia di benedizione, per esorcizzare la malvagità.

Il torneo

Una volta annunciato il programma degli incontri, iniziano le cerimonie: i grandi campioni compiono gli antichi riti della purificazione e della preparazione, shikiri-naoshi. In seguito alla pubblica presentazione dei lottatori iniziano gli incontri preliminari. La vittoria si ottiene o estromettendo l’avversario dal ring, oppure costringendolo a toccare la stuoia con una parte qualsiasi al di sopra del ginocchio.

“Il sogno di ogni giovane sumotori è diventare ‘Yokozuna’, un campione. Ma la maggior parte di quei sogni svaniranno... è un mondo molto duro”. (Wakamatsu Oyakata, Japan Sumo Association (Nihon Sumo Kyokai).

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JUJUTSU

Il Jujutsu, conosciuto anche come Jujitsu, è l'arte marziale giapponese della flessibilità. La parola Jutsu, letteralmente metodo, arte o tecnica si associa a “ju”, flessibile, cedevole, morbido, ad indicarne appunto la particolarità di esecuzione. Il Jujutsu era praticato dai bushi (guerrieri) che se ne servivano per sconfiggere gli avversari provocandone anche la morte, a mani nude o con armi. Lo spirito di quest’arte insegna che occorre assorbire l’energia dell’attaccante e attraverso il controllo e l’armonia restituire la stessa potenza.

Le origini

La lunga storia e la complessa tradizione dell’arte giapponese del combattimento si concretizzano in una varietà di forme, metodi e armi, ognuno dei quali costituisce una specializzazione particolare di quest’arte. Si ritiene, in genere, che il sedicesimo e il diciassettesimo secolo siano stati l'epoca aurea del bujutsu, le arti da combattimento giapponese. Tutte le più antiche scuole, infatti, collegano la loro origine a quei tempi turbolenti di lotte sociali, da cui uscirono vittoriosi i Tokugawa. Esistono testimonianze che riportano la pratica del Jujutsu già molti secoli prima del 1600, ma sotto altri nomi, quali Kogusoku, Yawara, Tode e Kumiuchi. Come è inevitabile per le arti orientali, anche gli influssi di altre discipline influenzarono lo stile del Jujutsu che risentì delle tecniche di combattimento cinesi e dell’isola di Okinawa.
Nei secoli, il Jujutsu si sviluppò attraverso numerose scuole, come la wa-jutsu, la yawara, la kogu-soku, la hakuda, la shubaku, la kempo: da alcune di queste nasceranno il Judo e l'Aikido. In confronto, il periodo Tokugawa, con i suoi controlli rigorosi e il severo mantenimento dell'ordine, sembrerebbe essere stato piuttosto un periodo scoraggiante, per coloro che si interessavano all'evoluzione del bujutsu disarmato, invece, fu un'epoca particolarmente favorevole alla tranquilla, meticolosa raccolta e sistematizzazione di tutte le tecniche ereditate dal passato, che vennero affinate e migliorate.

Le tecniche di base

Le tecniche seguono il principio di "JU" (elasticità, morbidezza) ossia di "non resistenza": l'attacco viene neutralizzato assecondando la forza dell'avversario, evitandola mediante una schivata o intercettandola all'origine del movimento.

ATEMI - percussioni, portate con le mani, i piedi, i gomiti o le ginocchia a colpire i punti vitali
GYAKU - lussazioni, leve, torsioni o slogatura delle articolazioni
NAGE - proiezioni, sbilanciamenti a terra dell'avversario
OSAE - immobilizzazioni e controllo dell'avversario, sia in piedi che a terra
SHIME - soffocamenti e strangolamenti

Gli atemi vengono usati principalmente per indebolire l'avversario, sia fisicamente che psicologicamente, al fine di poter eseguire l'azione che ne consegue (proiezione, immobilizzazione ecc.) sfruttando l’iniziale energia dell’attaccante. La pratica della tecnica si completa ad un livello più alto con lo studio delle armi antiche dei samurai: katana (spada lunga), kodachi (spada corta), chobo (bastone lungo) e hanbo (bastone corto).

La pratica del Jujutsu

Il principiante di Jujutsu, attraverso un primo approccio fisico alla tecnica, cercherà di cogliere i punti di forza e debolezza dell'avversario. Uno studio più approfondito dell’arte marziale, insegnerà all’allievo che occorre stabilire un legame sia fisico che mentale: nell'azione dinamica di un duello, i muscoli e la mente devono flettersi e adattarsi a circostanze perennemente variabili. Caratteristica del Jujutsu è il principio del JU che si riferisce alle forze della cedevolezza, che sfruttano la forza dell'attacco dell'avversario per sconfiggerlo. Ju è la forza flessibile, “una potenza gentile” nel senso che la tecnica utilizzata comprende la malleabilità, cede e assorbe per poter resistere, instaura un meccanismo di dolcezza duratura.

Come la crescita primaverile del bambù, il “Ju” del Bushi, il guerriero giapponese, è sempre flessibile anche se inarrestabile come la stagione stessa.

Il principio dei Bushi giapponesi ci porta sempre a distinguere tra la forza muscolare “chikarà” (fattori esterni) - che nelle forme marziali armate era accresciuta anche dalle armi appunto e non solo dalla tecnica - e l'energia intrinseca della volontà, della coordinazione mentale e dell'estensione del ki (fattori interni). I Maestri fondatori del Jujutsu intendevano come principio strategico del combattimento, il controllo dell'energia coordinata, basato sul centro d'integrazione addominale. Questo addestramento esaltava la pratica della respirazione addominale e gli esercizi attivi di coordinazione, anziché quegli esercizi di meditazione e di concentrazione considerati troppo statici per i fini del guerriero.

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SHÔRINJI-KEMPÔ

Il termine Shôrinji è una trascrizione fonetica di “Shaolin-tsi” , nome del tempio Shaolin: anche questo stile, come il Kung Fu, deriva dall’arte da combattimento praticata nel monastero cinese considerato come l’origine di un gran numero di correnti delle arti marziali. L’arte marziale giapponese dello Shôrinji-kempô si identifica come uno stile particolare di Karate studiato dai religiosi zen durante gli esercizi di non-meditazione “Zazen”, originale per le sue tecniche di pugno, forti e veloci, e per gli agili spostamenti delle gambe.

Fu il monaco buddista So Doshin che creò questo stile in Giappone dopo la seconda guerra mondiale.
Secondo il pensiero del suo fondatore, questa arte insegna che il corpo e lo spirito sono indissociabili e devono essere allenate con la pratica del kempô e con la meditazione zen in posizione assisa (lo Zazen) affinché il praticante possa elevarsi agli insegnamenti di Buddha.
Impostata sulla ricerca dell’efficacia in combattimento, abbinata alla meditazione, questa arte marziale richiede al praticante una partecipazione totale alla sua ideologia. Gli esperti indossano addirittura un saio monacale sopra il karategi (kimono).

Le origini

Lo Shôrinji-kempô è una disciplina per esercitare la mente ed il corpo. Si pone come la naturale continuazione dell’antica arte marziale tramandata nei secoli, insieme con la meditazione Zen, dai monaci Buddisti del Monastero di Shorinji (Shaolin-tsi) in Cina, che la usavano come pratica di autodifesa e come esercizio fisico vitalizzante. Secondo la leggenda, un gruppo di monaci Buddisti cinesi, attraverso il susseguirsi delle varie generazioni, avrebbero tramandato gli insegnamenti sia del kempô, come metodo di autodifesa e di sviluppo di un fisico sano, sia della meditazione Zen, come disciplina spirituale.

Largamente diffuso in Oriente, solo da pochi anni viene insegnato con successo anche in Europa, dove viene consentita la pratica anche alle culture non Buddiste pur mantenendo intatta la forma tradizionale, che vuole la meditazione Zen e la Filosofia Kongo Zen praticate allo stesso livello delle tecniche marziali.

Lo Shôrinji-kempô moderno nasce ufficialmente con la fondazione della W.S.K.O. (World Shôrinji-kempô Organization) nel 1947 ad opera del giapponese Doshin So (1911-1985) (a cui è succeduta la figlia Doshin So II) che fondò il tempio principale (tuttora esistente) sull'isola dell'arcipelago giapponese Shikoku nella cittadina di Tadotsu.

La pratica

Il lato prettamente marziale di questa disciplina è costituito da oltre 600 tecniche a mani nude tra "dure" (calci e pugni) e "morbide" (prese, torsioni, leve e proiezioni). I livelli di apprendimento variano coi passaggi di grado (le cinture: bianca, gialla, verde, marrone, nera) fino al raggiungimento del 6° dan per l'apprendimento tecnico (7°, 8° e 9° sono gradi di "benemerenza"). Lo Shôrinji-kempô porta il praticante allo studio ed allo sviluppo di:

• ‘Shin’ spirito
• ‘Tai’ corpo
• ‘Chi’ saggezza.

A sua volta l’allenamento di Tai (corpo), porta allo studio del:

• Goho (tecniche dure)
• Seiho (tecniche di risanamento o curative)
• Juho (tecniche morbide o cedevoli)

Così come le tecniche dello Shôrinji-kempô sono divise in Goho, Juho e Seiho, l'allenamento di ogni praticante è diviso in allenamento fisico, intellettuale e spirituale. Queste hanno inoltre tutte origine dall’applicazione di tre generi di movimento: circolare, diretto, curvo. Ma nello Shôrinji-kempô la distinzione tra tecniche “dure” e le tecniche “morbide” è puramente concettuale, in quanto le stesse risultano combinate tra di loro in un unico armonioso disegno, nell’unione di durezza e morbidezza.

La pratica dello Shôrinji-kempô è stata ideata specificamente per il beneficio in tre aspetti della vita: auto-difesa, sviluppo spirituale e promozione della salute. È un metodo efficace ma la sua vera essenza sta nella filosofia Kongo Zen che mira allo sviluppo delle potenzialità interiori dell’uomo, quali la saggezza, la forza, il coraggio e l’amore. L’approccio del Kongo Zen alla vita, dunque, non consiste nel fare le cose alla perfezione ma nel portare avanti ogni azione con tutto il proprio cuore e vivere ogni momento pienamente. A tal fine la filosofia Kongo Zen insegna che la pratica del kempô non ha come obiettivo la supremazia sull’avversario, ma si fonda sul rispetto e la comprensione dei nostri compagni, affinché attraverso la dedizione alla cooperazione si possa maturare spiritualmente e fisicamente.
Lo Shôrinji-kempô nel mondo viene gestito e divulgato sotto il diretto controllo di una unica organizzazione, la World Shôrinji-kempô Organization (W.S.K.O.), ed il suo metodo ed i suoi principi sono soggetti alla supervisione del Kongo Zen Sohonzan Shôrinji. In Italia l’insegnamento e la diffusione sono delegate in forma esclusiva dalla W.S.K.O. alla F.I.S.K., Federazione Italiana Shôrinji-kempô, mentre sul territorio l’insegnamento della disciplina viene svolto esclusivamente all’interno di strutture ufficialmente riconosciute dalla W.S.K.O., denominate Branch. Attualmente la W.S.K.O. riconosce in Italia complessivamente 18 Branch, che insieme ne costituiscono la Federazione Italiana.

La Meditazione Zazen

L’addestramento può essere suddiviso in esercizio della tecnica (ekkin-gyo) e pratica del chinkon (chinkon-gyo), che è incentrato sulla meditazione Zazen. La meditazione seduta, Zazen, è stata tramandata da sempre insieme all’insegnamento delle tecniche. Lo Zazen si esegue durante ogni seduta di allenamento, per coltivare una respirazione corretta e cosciente, per esercitare il rilassamento e per sviluppare la calma della mente. Praticando chinkon-gyo si impara, inoltre, ad utilizzare un metodo particolare di controllo del respiro. Il suono corrispondente al termine giapponese di respiro può anche significare "volontà" o "ki" ed il respiro è la sorgente del "ki", l’energia vitale. Analogamente, quando la mente è confusa, il respiro diviene irregolare. È per questo motivo che per secoli il controllo del respiro è stato considerato il primo passo verso la pratica dello Shôrinji-kempô. Una respirazione appropriata aiuta a purificare il sangue e a sviluppare un corpo in salute. Aumentare il flusso di sangue al cervello (sede della coscienza), è anche efficace nel promuovere un’attività mentale sana, ivi compreso un aumento di concentrazione.

Mu – Vuoto – Mente trasparente

Ci sono molti elementi diversi che vanno a creare l’arte marziale: immagine perfetta, perfetta confidenza tecnica, perfetta condizione fisica, psicologica - spirituale e giusto ambiente. Se tutto questo è presente nello stesso momento non si può sbagliare. Forza, movimento, impatto: queste sono le fasi che caratterizzano l’espressione dell’energia vitale nelle arti orientali, ma prima ancora tutto ha inizio dalla concentrazione. La meditazione è collegata al concetto di mente trasparente: è impossibile concentrarsi se siamo offuscati da mille pensieri. Dobbiamo creare il vuoto mentale e da questo status meditativo possiamo partire per manifestare la nostra energia interiore attraverso una tecnica marziale. Quale è il significato del Mu? È un concetto molto importante della filosofia zen per cui tutto è perfettamente trasparente, non esistono preoccupazioni perché il mondo è vuoto: questo è l’elemento più importante del satori. Il concetto è valido per ogni forma d’arte che nasce dall’energia interiore: la forza e l’esplosività, vivono sotto al livello della coscienza. Il colpo deve arrivare prima del pensiero, occorre essere incoscienti, o meglio lasciare libero il fluire dell’energia vitale.

Lo Shôrinji-kempô si propone di sviluppare individui che saranno d’aiuto agli altri. Le qualità che consentiranno di fare ciò sono il coraggio, la motivazione, l’intelligenza ed il senso di giustizia.

Partendo dalla comprensione della complessa interazione tra corpo e spirito, il corretto sviluppo di ogni praticante avviene dall’equilibrio tra un corpo risoluto ed una mente sana. Per sviluppare la forza e il coraggio per affrontare le sfide, nonché per divenire efficaci sotto sforzo, i praticanti di Shôrinji-kempô debbono rinforzare sia il corpo che lo spirito. Lo Zazen nello Shôrinji-kempô si fonda sull’inscindibile unione ed interazione di corpo e spirito, di azione e quiete.

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KALARI PAYAT: L’ARTE MARZIALE INDIANA DEL KERALA

Il Kalari Payat è un’arte da combattimento che affonda le sue radici nella tradizione vedica di 3500 anni fa prendendo linfa vitale dai concetti dello yoga e della danza indiana nel comune patrimonio della medicina ayurveda. Kalari significa letteralmente "addestramento per il campo di battaglia" e rappresenta, quindi, il luogo dove si pratica l'arte marziale: deriva dal sanscrito khaloorika che sta anche per esercitazioni militari.

Le origini

Il Kalari Payat nasce nella regione del Kerala di Vasudeva, un piccolo stato a sud dell’India situato tra le montagne che guardano l'interno del subcontinente e le coste occidentali del Mahalabar. Il leggendario saggio indiano Parasurana, seguendo gli insegnamenti del dio Shiva, viene indicato come il fondatore di questa disciplina. Con l’obiettivo di diffondere l'arte del Kalari Payat, Parasurana costituì 108 kalari in tutto il Kerala e si adoperò affinché i suoi allievi tramandassero il suo insegnamento attraverso le generazioni. Secondo alcune teorie, il Kalari Payat potrebbe essere l'arte marziale più antica, da cui derivano tutti gli altri metodi di combattimento asiatici. Sicuramente, affiancato allo Yoga, rappresentava l'arte esterna per i guerrieri, ma era anche un metodo di salute e guarigione, utile per irrobustire, e un tipo di danza, elemento ancora oggi molto sviluppato.

La pratica

Esistono nel Kalari nomi diversi per ogni luogo specifico della pratica:

kuzhi-kalari, spazio per la pratica
nedum-kalari, per l’addestramento dei fanti
kurum-kalari, per l’addestramento alla guerriglia
anga-kalIari, per i duelli
cheru-kalari, per i trattamenti medici
kodum-kalari, insegnamento dell'arte del marma-adi (arte dei punti vitali)
pu-thara, angolo sud-est del kalari, considerato sacro

Il Kalari non è solo lo spazio fisico dove si pratica l’arte, ma, nell’ottica più spirituale, il luogo di ritiro per il guerriero che compie la pujo, il rito di adorazione, prima di dedicarsi al combattimento o allo studio delle forme.

Le tecniche

L’insegnamento inizia con le tecniche di controllo del respiro, pranayama, quindi esercizi fisici per la flessibilità del corpo e, infine, uso delle armi.

Quattro le discipline insegnate:

• combattimento a mani nude
• combattimento con bastoni di bambù
• combattimento con armi
• tecniche segrete per colpire i punti vitali, marmo-adi (insegnamento riservato ai prescelti)

Un continuum tra il Kalari Payat, lo yoga e la medicina ayurvedica

Integrare gli insegnamenti dell'hatha-yoga nell'arte del Kalari Payat è un mezzo utile per incrementare la flessibilità degli arti ma soprattutto raggiungere l’equilibrio interiore attraverso il controllo della mente. Questo punto rappresenta la nota di contatto fra yoga e arte marziale: un concetto che ritorna tra gli antichi guerrieri asiatici che si sottoponevano a durissime meditazioni prima di scendere in guerra. A questo aspetto filosofico si associa la medicina ayurvedica che, grazie ai principi della tradizione indiana, si occupa della guarigione dei praticanti da contratture muscolari, problemi articolari e ferite.

Il Kalari Payat visto in veste moderna potrebbe apparire un'arte troppo tradizionale o arcaica, soprattutto se paragonata ad altre discipline marziali che puntano alla veste agonistica della loro pratica. La filosofia Kalari indica, paradossalmente, che un buon allievo non dovrebbe combattere, ma cercare la pace. La tecnica gli ha donato strumenti letali per difendersi da un nemico, ma il Maestro gli ha trasmesso la filosofia della pace: combatterà solo per proteggere sé stesso e la sua famiglia in presenza di un pericolo.

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PENCAK SILAT: L'ARTE MARZIALE DEI PAESI DI CULTURA MALAY

Pencak Silat è la denominazione ufficiale usata per indicare l’arte marziale praticata nel sud-est asiatico: Indonesia, Malesia, Singapore, Brunei Darussalam, sud Filippine, sud Tailandia e varie isole vicine. Una costellazione di stili, ovunque rintracciabile, sia pure con variazioni nel nome: Pencak, comunemente usato a Giava, Madura e Bali, è la combinazione di Penca (West Giava) e Mancak (Madura e Bali), il termine Silat o Silek viene, invece, usato a Sumatra.

Pencak, significa letteralmente "allenamento per l'applicazione al combattimento" e più precisamente rappresenta l'aspetto artistico, esteriore dell'arte marziale, che ha ispirato le danze tradizionali di varie regioni indonesiane (per esempio, quelle sundanesi si chiamano jaepongan, ketu'tilu', dombret e cikeruhan) e si accompagnano alla caratteristica orchestra di tamburi e gong (gendang Pencak). Il Pencak non solo non è pericoloso e quindi accessibile a tutti, ma viene anche dimostrato durante i matrimoni, nelle festività nazionali e in occasione della tradizionale raccolta del riso.

Le origini

Non è facile risalire alle origini del Pencak Silat poiché la documentazione scritta è limitata e le informazioni orali tramandate da Guru o Maestri non possono rispondere esaurientemente a tutte le domande. Probabilmente gli antenati Malay hanno creato e usato il Pencak Silat come tecnica di difesa personale fin dai tempi preistorici: i feroci animali selvaggi rappresentavano una seria minaccia per la gente dell'arcipelago, che, per imparare a difendersi, iniziò a osservare e imitare i movimenti delle tigri, delle aquile, degli scorpioni, dei coccodrilli, delle scimmie e dei serpenti, adattandoli e trasformandoli in tecniche di difesa personale. Gradualmente gli stili del pencak silat si sono sviluppati, dando origine a varie forme, come, ad esempio, Harimanu (Lo stile della tigre), e Putih Garuda, (aquila bianca). Durante la sua quadriennale ricerca (1994-1998) il Maestro Maryono O'ong ha raccolto numerosi miti e leggende che evidenziano il ruolo della natura nello sviluppo delle tecniche di difesa personale proprie delle popolazioni dell'arcipelago. Gli antenati del popolo Malay svilupparono spontaneamente le loro tecniche marziali osservando i fenomeni naturali che si sono loro presentati nel quotidiano, acquisendo così una conoscenza per mezzo della quale gli appartenenti ai vari gruppi tribali riuscirono a contenere i numerosi pericoli circostanti. Nei secoli seguenti questi movimenti, inizialmente imitativi, sono stati studiati e adattati alle nuove situazioni fino a trasformarsi in un completo sistema di difesa personale e strumento di evoluzione spirituale.

La pratica

Il pencak-silat tradizionale e soprattutto le forme dell'isola di Sumatra riflettono il carattere insulare dei luoghi in cui si è sviluppato e appare evidente l'influenza dell'ambiente. Le movenze traggono origine dall'osservazione degli animali, ma anche dal mondo vegetale: il comportamento di piante e arbusti in relazione alle sollecitazioni naturali ha fornito spunti all'arte del combattimento. Molti sistemi di Pencak Silat offrono tecniche fisiche straordinariamente concise ma non sempre è così, non esiste infatti uno standard complessivo. In questa disciplina si trova la perfetta sintesi delle sofisticate tecniche di braccia e di movimenti delle gambe che permettono scientifici sbilanciamenti dell'aggressore, oltre che leve articolari e proiezioni.

Un universo di stili

Culla di una tribale arte marziale, l'Indonesia in tutte le sue isole, infonde nella tradizione più pura del Pencak Silat elementi di scienza del combattimento, connotando in un solo termine sia il kung-fu cinese che le discipline giapponesi. Oggi si contano più di 250 stili diversi, i cui nomi possono derivare dall'area geografica, città o distretto, oppure da un animale, un principio spirituale o combattivo, così come dal nome di una persona o di un'azione.

Perisai-diri-silat, deriva dal karate stile shotokan.
Kateda, influenzato dagli stili giapponesi.
Harimau, Menangkabau, Podang, Sterlak, Lintau e Kumango, Silat di Sumatra.
Tjimande, Serak, Tjikalong e Tjigrik, stili di Java: costringono il combattente a muoversi in chiusura contro l'avversario in una posizione diritta.
Undukayam Silat, prende il suo nome dai movimenti che mimano quelli di una gallina che graffia la terra.
Seitia Hati, che vuole dire “cuore fedele” è chiamato per rappresentare un principio spirituale.
Mustika Kwitang, come il distretto di Kwitang nella città di Jakarta.
Serak, dalla persona che fondò lo stile.
Menangkebau Silat, come il relativo gruppo etnico abitante in Menangkebau una delle tre aree a maggiore diffusione in Indonesia.
Sterlak Silat, è chiamato come una qualità e vuole dire “attaccare con forza”.

Una tattica piuttosto straordinaria è quella usata dallo stile Harimau di Sumatra. In questo sistema, il modello del movimento del combattente deriva dal comportamento della tigre (da cui il nome Harimau), il suo stare vicino alla preda, acquattandosi, giacendo o sedendosi.

Le armi

Dall'intreccio di culture diverse l'Indonesia ha collezionato anche svariati tipi di armi di tutte le dimensioni. Armi di origine indù o cinese, o dalla forma curvilinea chiaramente importate dagli arabi hanno arricchito il patrimonio autoctono.

Bastone lungo “Toya”, lancie
• Bastone e diversi tipi di spada o di machete “Golok”
Coltelli di diverse misure fino a quella minima in cui il manico ha un anello che serve per fissarlo al dito
Frusta “Taléiltra”: si usa una punta fissata a una corda (probabilmente dovuta a influenze cinesi) e si impiega per contrastare attacchi armati, confondendo l'azione o imbrigliando braccia, gambe e testa dell'avversario
Cerbottane con dardi avvelenati, usati soprattutto nelle isole Celebes
Arco e freccia, usati ancora oggi con grande abilità sull'isola di Sumbawa
“Kriss”: a Giava e Bali, l'abito da matrimonio non è completo se dalla cintura non spunta una bellissima arma della lama ondulata
“Cabang” (sai in giapponese): figurano in molti simboli che contraddistinguono le scuole di silat e sono usati con grande abilità soprattutto dagli stili di influenza Indù

Il lato esoterico del Silat

Se appare evidente che quest'arte serve tanto alla difesa quanto a combattere in guerra, è altrettanto vero che i maestri raggiungono un rapporto così profondo con la natura da arrivare a conoscerne la realtà intima . La tradizione religiosa del popolo indonesiano considera le arti marziali come una pratica in cui l'allievo si sintonizza con il Creatore e potenzia i doni fisici e mentali che Dio ha voluto concedergli. Per questo all'inizio dell'addestramento si pratica un saluto formale e rispettoso (hormat) che sembra una preghiera recitata con le parole e con il corpo. Il Silat con le sue numerose influenze culturali, la lunga applicazione nei campi di battaglia, l'alta devozione dimostrata dai praticanti, risulta essere una disciplina completa sotto ogni aspetto, ovviamente a condizione che si entri in contatto con una scuola autentica.

La Pesilat (Federazione Internazionale Ufficiale) definisce i seguenti cinque valori, obiettivo di ogni praticante:

• avere nobiltà d'animo
• rispettare il prossimo e impegnarsi a preservare la pace
• essere creativi, dinamici e positivi verso l'esistenza
• rispettare la verità e la giustizia
• essere responsabili delle proprie parole ed azioni

Attualmente in Indonesia si cerca di dare un vigore alle discipline autoctone dopo il grande successo del kung-fu, del taekwondo e soprattutto delle arti marziali giapponesi con il karate in prima linea. L’IPSI (Ikatan Pencak Silat Indonesia) è un organismo governativo che promuove il silat sul territorio nazionale organizzandone la pratica sportiva e mettendo in risalto l'aspetto educativo e disciplinare. Nato per la sopravvivenza, il silat tradizionale conserva ancora oggi il sapore guerriero che fa di questa disciplina una delle più pericolose e micidiali. Avvolta nella più assoluta segretezza, solo pochi possono accedere ai livelli profondi di quest'arte che rischia di scomparire perché non ha voluto cedere alle lusinghe dell'aspetto sportivo e quindi alla divulgazione di massa. Il Pencak Silat propone una strada per l'evoluzione dell'uomo sia sul piano fisico che spirituale: il suo aspetto mistico e spirituale verranno percepiti da chi si accosterà sinceramente al suo studio.

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NINJUTSU E I GUERRIERI NINJA

Non esiste un termine occidentale che possa descrivere con precisione l’arte del Ninjutsu o i suoi praticanti, i temibili ‘ninja’. Una traduzione di ninjutsu potrebbe essere “l’arte della furtività” intesa anche come creazione e perpetuazione di un’aura di mistero. I ninja potevano apparire scorretti per le loro attività criminali, eppure il loro modo era solo un mezzo. “Elemento essenziale per un ninja (shinobi) è un cuore puro. Se un ninja persegue un cammino errato ingannando o congiurando, il suo cuore non potrà mai essere puro e le sue opinioni saranno travisate, non permettendo all’azione di seguire il giusto corso. Se una persona usa il ninjutsu solo per proprio tornaconto o per un fine sprezzante, le sue azioni lo tradiranno. Forse ci sarà un successo iniziale, fama o denaro, ma prima o poi cadrà dal suo piedistallo. Il cuore di un ninja è puro e onesto” (tratto dal libro “Bansenshukai”). Il ninja, peraltro, rappresenta ancora oggi un certo ideale di guerriero ombra.

Le origini

Le origini del ninjutsu si fanno risalire attorno al 500-300 a.C. e sono legate agli influssi della Shina no bummei, la civiltà cinese. Quest’arte si è estesa nei secoli del medioevo giapponese come sottobosco di attività militari vicine allo spionaggio che hanno calato il ninja in ruoli di sabotatore, guerrigliero o agente di polizia segreta. Attività che non furono di appannaggio esclusivo, appartenendo infatti anche ad altre figure militari, anche se il ninja ne rimase il professionista per antonomasia. Se lo spionaggio era così importante, non potevano restarne esclusi i guerrieri giapponesi per eccellenza: i Samurai. Secondo antichi documenti, moltissime scuole di ninjutsu furono fondate da Samurai, come la famosa Yoshitsune-ryu, chiamata in onore del leggendario guerriero Minamoto Yoshitsune. Si narra che, infatti, il combattente avesse acquisito le strategie più occulte delle arti marziali dai mitici tengu, demoni delle selve metà uomini e metà corvi istruiti nelle arti marziali.

La pratica

Le funzioni del ninja consistevano nell’infiltrarsi in ambienti ostili, compiere vari tipi di sabotaggio ed assassini e nel fuggire dopo aver compiuto la missione. I ninja erano, quindi, dei sicari, dei briganti che offrivano i loro servigi ai signori dell’era feudale del Giappone. Venivano utilizzati nella rete di spionaggio istituita dallo shogun per controllare la corte imperiale ed i potenti governatori provinciali, ma anche dai mercanti e persino dai monaci combattenti delle montagne. In oltre cinquecento anni si lasciarono alle spalle un primato ininterrotto di intrighi, assassini, sovversioni e disordini.

Le attività strategiche dei ninja si possono dividere in tre principali categorie:

Raccolta di informazioni a mezzo dello spionaggio
Assassinii, sovversione, annientamento delle difese nemiche
Azioni sul campo di battaglia che includevano quasi tutte le forme di operazioni, dallo scontro aperto all’imboscata, come ad esempio: Toiri-no-jutsu, infiltrarsi nei centri e nei castelli nemici Chikairi-no-jutsu, insinuarsi tra le linee nemiche in tempo di guerra dichiarata o di allarme militare.

I ninja erano organizzati in vaste corporazioni che si suddividevano territori e compiti; al loro interno i gruppi erano così composti:

Clan ninja
Jonin: il capo, formula i piani, le alleanze e i contratti
Chunin: sottocapi
Genin: agenti, esecutori

Le arti, le tecniche e le armi di ogni famiglia o gruppo venivano tenute rigorosamente segrete e trasmesse di padre in figlio con la massima cura. I libri e i documenti legati all’eredità del ninjutsu erano considerati tesori di famiglia: la loro rivelazione a persone non autorizzate significava la morte.

Le tecniche

I ninja dovevano imparare alla perfezione le tecniche da combattimento per realizzare i loro terribili scopi. Venivano, quindi, addestrati alla conoscenza e all’uso di una serie impressionante di strumenti.

Le armi

• Bisento , metodi non ortodossi di usare la lancia
• Spade e lame fissate all’estremità di aste pieghevoli con catene di recupero
• Lame lanciate a mano, secondo la tecnica del shurikenjutsu
• Iaijutsu , tecniche per sguainare spade o pugnali con fulminea rapidità
• Serie di armi specializzate per l’utilizzo dei ninja: cerbottane, coltelli e uncini con le corde, vari arpioni (toniki), tirapungni di bronzo (shuko)
• Assortimento di lame (shuriken): pugnali, dardi, dischi a stella (shaken)
• Spade corte (wakizashi)
• Pugnali (tanto)
• Coltelli (ko-gatana, kozuka)
• Catene, corde con un peso roteante ad una estremità e duna lama a doppio taglio dall’altra (kiotetsu-shoge)
• Bastone di bambù che all’occorrenza sfoderava alle estremità una catena con un peso e un blocco di piombo
• Armi chimiche come dardi avvelenati, cerbottane lancia-acido, bombe di polvere abbagliante, bombe fumogene

Tecniche senza armi

• Conoscenza delle arti marziali locali
• Uso del pollice e delle dita per sferrare colpi mortali ai punti vitali (kyusho)

Strumenti per arrampicarsi

• Funi con ganci
• Scale flessibili
• Scarpe speciali
• Spuntoni a mano

Metodi di sopravvivenza

• Tecniche per rimanere a lungo sott’acqua, attraversare fossati, laghi o paludi
• Tubi per respirare
• Otri gonfiabili
• Capacità di saltare grandi altezze
• Controllo del battito cardiaco per farsi credere morto dal nemico
• Allenamento all’immobilità per lungo tempo
• Capacità di mimetizzarsi

Conoscenza della psicologia pratica

• Impersonificazione di appartenenti ad ogni classe sociale
• Prestidigitazione
• Ipnosi (saiminjutsu)

In Giappone i ninja vennero chiamati in diversi modi, i più conosciuti sono

• Shinobi[/b]: colui che agisce di soppiatto per carpire informazioni
• Kussao[/b]: qualcuno nascosto nell’erba o allenato fin da giovane per essere impiegato al momento opportuno
• Kumari[/b]: accovacciarsi nascosti per un attacco a sorpresa
• Suppa[/b]: cercatore di informazioni, spia
• Rappa[/b]: diffondere notizie false
• Tappa o tsuppa[/b]: inviato per informare o difendere una base
• Denuki[/b]: sostituire un altro per un profitto
• Ukamibito[/b]: agente all’apparenza amichevole, ma solo per acquisire informazioni

I vari nomi che vennero usati nel corso degli anni non rivelano, comunque, nulla sulla segretezza e sulle tecniche specializzate che portarono il ninjutsu ad essere considerato come “un’arte marziale evoluta”.

Il guerriero Ninja “È una notte d’aprile, tiepida e silenziosa. Tra le case di legno dai tetti spioventi, tra i giardini di incredibile armonia, tra i templi di cento diverse religioni una leggera brezza porta il sottile profumo dei fiori di ciliegio. Le Guardie di Città si sono ritirate nei loro quartieri, hanno deposto i lunghi yari, le acuminate picche sulla cui punta il gancio studiato per appendervi una lanterna che rischiari l’oscurità appare ormai inutile: nessuno si avventura nelle tenebre. Quando cala la notte Kyoto appartiene ai Ninja.” (B. Abietti)

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L’ARTE DEL KIAI

Il Kiai è un grido pieno di forza ed intenzione a costituire il desiderio di portare a compimento una tecnica marziale. La parola è formata da “ki” , in giapponese mente, volontà, disposizione d’animo e da “ai”, contrazione del verbo “awaseru”, che significa unire, congiungere, ovvero una manifestazione dell’energia interna con un suono che crea. A questo scopo si utilizza il grido nella forma esteriore come modo di controllare il ki, come arte di dirigere le energie. Nelle pratiche marziali il kiai è di estrema importanza e questo studio, che raggiunse i livelli massimi nel Giappone Feudale, è ancora oggi impiegato in molte discipline come il karate, il judo e l’aikido.

La parola, Kiai è composta da due ideogrammi:
Ki, raffigura l'energia vitale e universale comune a tutti gli esseri viventi
Ai, rappresenta l'armonia universale
Esprime, anche, un grido che rivela e manifesta quel principio orientale di unità ed armonia presente in ogni cosa. Fisicamente, esso permette di collegare, attraverso la cintura addominale, la forza delle masse muscolari che si trovano nella parte bassa con quelle della parte alta del corpo. Energicamente, rivela le vibrazioni dei Chakra.

Le origini

In Giappone si sa pochissimo dell’arte del kiai, ma sono visibili le eredità lasciate ai maggiori Maestri delle arti marziali che tutt’oggi subordinano i fattori esterni del combattimento, armi e tecniche, a elementi di natura interiore, controllo e potenza. Nello specifico quest’arte era vista come l’impiego della voce umana in combattimento, con il duplice effetto di intimorire il nemico e rafforzare il proprio spirito. La particolarità di quest’arte è, in realtà, la tecnica usata, un vettore di eccezionale impatto emotivo: la voce umana. Kiai era il nome dato generalmente a quello specifico metodo di combattimento basato sull’impiego del grido come arma; con l’andare del tempo gli antichi combattenti giapponesi, i “Bushi”, affinarono questa pratica fino a farla diventare un’arte completa in se stessa. Le origini si identificano strettamente con l’immagine di un uomo posto di fronte a una realtà ostile. Il grido, infatti, rappresenta la reazione primordiale al pericolo e alla richiesta di aiuto ed è in grado di far vacillare un nemico o arrestarne addirittura l’attacco. In Giappone questa tecnica fu perfezionata a tal punto da farne la sola arma usata: il guerriero studiava come sviluppare un urlo che incanalasse in tono, altezza e intensità della voce, tutta la sua energia. Il valore tattico del grido nell’influenzare o determinare il risultato del combattimento venne così inserito come studio approfondito delle segretissime scuole marziali per sfruttarne appieno l’effetto paralizzante.

La pratica

L’arte del kiai occupa una posizione specifica nei metodi disarmati da combattimento e al contempo unica. Una pratica esoterica in cui le tecniche e le strategie sofisticate si riducono all’estensione della potenza pura, immateriale, “che non si vede ad occhio nudo”, ma in grado di sopraffare l’avversario. Il kiai abbraccia i concetti di armonia e di spirito. Ki viene spesso usato nel senso di energia, carattere e perciò come indice della personalità del praticante. Ecco che la pratica di quest’arte si concentra sullo sviluppo di una personalità magnetica in grado, attraverso un altro livello di concentrazione, di evocare, attraverso un grido, forti poteri di suggestione atti a “demolire” psicologicamente un attaccante.

Le tecniche

Attraverso una forte contrazione diaframmatica verso il basso, durante la fase espiratoria, si emette un suono profondo (inizialmente seguendo “alla lettera” il suono K I A I) prodotto esercitando la massima pressione sulla parte addominale, in giapponese “hara” in posizione Kiba Dachi. Si definisce haragei il punto massimo di specializzazione dell’arte dei kiai. La documentazione esistente circa le scuole e le tecniche di addestramento è pressocchè inesistente. Si conoscono alcuni particolari:

• Unificazione preliminare di energie nell’hara
• Paralizzare, uccidere o salvare la vita di un altro guerriero con un grido concentrato
Kiai come vettore di energia
• Funzione di rafforzare la regione del tanden, parte dell’addome situata poco sotto l’ombelico, e quindi fattore dello sviluppo del coraggio fisico e del potere di uno spirito forte e determinato.

Nel combattimento, così come nella competizione sportiva, il grido è utilizzato per arrivare al bersaglio e simboleggia un colpo definitivo a cui partecipano corpo, spirito e cuore. Il kiai viene impostato con esercizi e poi coltivato con attenzione finché si incanala spontaneamente nella forma che arricchisce l'azione marziale.


Ki, l’energia che segue il pensiero

Energia vitale universale che impregna ogni forma manifesta, dandole vita, movimento ed essere. Dall’unione del ki e della forma si sviluppa lo spirito marziale.

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IL BUSHIDO - LA VIA DEL GUERRIERO

La parola “bushido” viene spesso tradotta letteralmente come via del guerriero tuttavia non si va oltre al codice formativo di morale pratica, giacché la via, “do”, viene identificata con la regola, il dovere, il codice d’onore dei guerrieri, i “bushi”. Sistema di etica e atteggiamento morale, ha rappresentato per secoli l’ispirazione della pratica “jutsu” dei guerrieri giapponesi e la guida al raggiungimento di scopi supremi e remoti. La parola “budo”, infatti, è formata dalla combinazione dell’ideogramma “bu” che identifica la dimensione più specificatamente militare della cultura giapponese, con l’ideogramma “do”, tradotto come via, dottrina, modo di vedere e motivare il comportamento in senso filosofico o religioso.

La radice “bu”, viene usata come prefisso in una serie di parole che riguardano argomenti di natura marziale e letteralmente significa militare ma anche “sedare una sommossa usando un’arma lunga”. Se infatti si analizza il kanji, ovvero il suo ideogramma nella calligrafia giapponese, “bu” viene rappresentato come una lancia accompagnata da altre linee che significano, appunto, sopprimere una rivolta. Questo codice ha rappresentato per secoli il modo di vivere quotidiano della classe militare giapponese, chiamata a imporre l’ordine in virtù di continue insurrezioni che si alternavano a periodi di pace e di sviluppo culturale del paese. E così i “bushi”, appartenenti all’unica classe ben armata del Giappone, furono sia eroi del popolo che strumento dei tiranni.

Le origini

Fin dall’antico medioevo giapponese, l’appellativo di bushi significava “elite marziale” o modello marziale. In effetti, essi erano una classe di nobili guerrieri feudali che lasciarono alle generazioni future un degno esempio, che servì da termine di paragone per i combattenti giapponesi nei successivi ottocento anni.

Il Bushido

Il bushi rappresentava qualcosa di più di un guerriero in grado di disporre di metodi di combattimento pratici ed efficienti. Si trattava di abbracciare "vie" o discipline di avanzamento morale, destinate a favorire la formazione di una personalità matura, equilibrata e integrata, di un uomo in pace con se stesso e in armonia con il suo ambiente, tanto sociale quanto naturale. La parola Budo si identifica, quindi, con le motivazioni di natura etica che dovevano regolare la condotta del guerriero giapponese "bu-shi" o del combattente in generale "bu-jin". Il bujutsu viene considerato quale modalità funzionale e strategica del combattimento, ma solo in pochissimi casi certi maestri riuscivano ad armonizzare il loro "jutsu" con l'altissimo "do" o imperativo etico fino al punto di cambiare o trasformare le antiche tecniche delle arti marziali, sottraendole così dalla dimensione specializzata e ristretta dell'esperienza militare e trasformandole in discipline d'illuminazione e di perfezionamento sociale e spirituale. In ogni caso, ancora oggi le molte discipline derivate da quasi tutte le arti marziali del passato, sono alle prese col dilemma che affligge la dottrina del bujutsu, ovvero la perenne contraddizione tra la tecnica "jutsu" e la sua motivazione suprema, il "do".

Le sette regole del Bushido:

Rettitudine o giustizia “Gi”: una delle cinque grandi virtù dei confuciani.
Il coraggio, spirito di audacia e di generosità "Yu": il sereno e freddo coraggio è la qualità suprema per un bushi.

Benevolenza o sensibilità verso il dolore "Jin": sensibilità umana, disposizione d'animo verso la comprensione e l'affetto.

Cortesia "Rei": etichetta, riti, gentilezza, buona educazione, correttezza. Codice di comportamento rituale: conformando la propria vita ad una rigida etichetta, sostengono i confuciani, l'uomo può elevarsi ad acquisire un animo nobile.

Veracità e sincerità "Shin" o anche "Makoto": buona fede.

Onore "Meiyo": senso dell'onore e rispetto del rango cui si appartiene e del proprio valore.

Dovere di lealtà "Chugi": il codice dell'etica cavalleresca giapponese conosce il valore di devozione e fedeltà verso chi è superiore.

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L’ARTE DEL COMBATTIMENTO CON LA LANCIA

Nell’antica mitologia, il Giappone era conosciuto come “il paese dalle mille alabarde”, tanto che gli antichi bushi, pronti a partire per i campi di battaglia, erano quasi sempre raffigurati con la lancia in pugno. La lancia, come in molte altre realtà militari, era l’arma tipica della fanteria e, per significato tradizionale, veniva dopo l’arco e le frecce.

Le origini

L’arte militare della lancia (conosciuta generalmente come yari) si sviluppò in Giappone alla fine dell’VIII secolo con la nascita della classe dei samurai. Il samurai Yoshinari Genbei Nakayama, insieme ai guerrieri del Clan Hikone, studiò ed elaborò questa disciplina fino a livelli eccelsi e fondò la scuola del Fuden Ryu. Il clan dei guerrieri medioevali di Owari e Sendai usarono largamente le tecniche e la tattica militare basata sulla scuola Fuden. L’arma d'asta tipica della fanteria era costituita da una lama diritta con punta e due tagli innestata su un'asta in legno tramite un codolo della lama. La lunghezza di lama e asta variavano in base al modello e all'utilizzo (dai due metri fino ad oltre tre metri). La lancia (mai scagliata verso il nemico come erano soliti fare gli eserciti antichi occidentali) colpiva prevalentemente di punta; il guerriero si esercitava ad eseguire attacchi ripetuti in cui la lancia, tenuta saldamente con la mano destra (arretrata rispetto la sinistra), scorreva all'interno della mano sinistra a produrre un affondo di temibile efficacia.

La pratica

Il modello e la struttura della lancia giapponese era simile a tutte le lame nipponiche per l’alta qualità, la leggerezza e la facilità con cui si poteva maneggiare. Le punte delle lance erano prodotte in molte forme e lunghezze.

Si possono comunque dividere in tre gruppi principali:

Punte di lancia diritte: La più comune, a doppio taglio, con diversi tipi specifici come il su-yari e l’omi-yari, oppure il tortuoso shakujo-yari incorporato in un apparentemente innocuo bastone da pellegrino o anche la grande varietà di giavellotti come l’uchi-ne e il nage-yari.
Punte di lancia ricurve: La lama del naginata è ricurva presso la punta, dove la sua forma diventa ancora più pronunciata. Il naginata divenne famoso non soltanto per la sua enorme versatilità in combattimento, ma anche per le molte scuole che svilupparono stili complessi e straordinariamente efficaci.
Punte di lancia di varie forme: Estremamente specializzate come il sasu-mata a punta forcuta e uncini o arpioni alla base usata per tagliare e trapassare un bersaglio sia frontalmente che di schiena; o anche il magari-yari, tridente con le lame laterali poste ad angoli retti rispetto a quella centrale.

Oggi, durante l’addestramento, sia negli incontri che nei kata, al posto dell’affilatissimo naginata di un tempo, si utilizza un bastone di quercia, lungo due metri, con una lama di bambù lunga cinquantadue centimetri, coperta da un puntale di cuoio.

Le tecniche

Secondo i tipi principali di lancia, vi sono due metodi:

Yarijutsu arte della lancia diritta
Naginatajutsu arte della lancia curva

Ciascuna arte viene praticata secondo innumerevoli stili, che avevano tutti in comune alcune tecniche basilari:

Tsuki affondi
Kiri fendenti

I kata (esercizi di forma)

1° - Hiryu no yari
2° - Koryu no yari
3° - Tsuki dome no yari
4° - Anya no yari
5° - Denko no yari
6° - Yoru no ya no yari

Ciascuna arte viene praticata secondo innumerevoli stili, che avevano tutti in comune alcune tecniche basilari:

• Tsuki affondi
• Kiri fendenti

È quindi un'arma riservata ad un praticante esperto e con un ottimo bagaglio tecnico. A questo punto dell'apprendimento non si possono più avere incertezze e/o lacune tecniche di alcun tipo. Infatti i bersagli preferiti dal lancere sono gli occhi, le spalle, la gola, le cosce e l'addome (hara tsuki).
Delle numerose scuole del bujutsu che un tempo insegnavano le tecniche del naginatajutsu, soltanto pochissime (come la Tendo e la Shinkage) risultano attive ancora oggi.

Il fluire armonioso delle tecniche di attacco e difesa fanno della disciplina della lancia uno dei metodi di coordinazione più efficaci; oggi queste scuole sono frequentate soprattutto da donne che usano il naginata non tanto come metodo di combattimento, quanto come opportunità di integrazione mentale e fisica.

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IL “BO-JUTSU”, L’ARTE DEL BASTONE GIAPPONESE

Il Bo è sicuramente l'arma principale del Kobudo e, secondo fonti storiche, diffusa sull’isola giapponese di Okinawa più del to-de (l’antenato del Karate) stesso. Il bastone è lungo in media 6 shaku, ovvero circa un metro e ottanta centimetri, ma alcuni possono raggiungere anche i due metri e settanta. Come si può notare, all’ideogramma “Bo” non si fa che aggiungere il numero di shaku che il bastone misura. Il materiale utilizzato è il legno di quercia rossa o bianca, di nespolo del Giappone, di areca e di "kuba" (tipo di palma), alberi solidi e flessibili, originari della zona subtropicale di cui anche Okinawa fa parte. La forma usata attualmente è tonda ma a sezione biconica. Il centro del bastone (chukon-bu) è di circa 3 cm. mentre le due estremità (kontei) misurano entrambe circa 2,5 cm. Per i praticanti moderni il Bo, oltre a metterli in grado di combattere con un oggetto facilmente reperibile, offre anche la possibilità di condizionare la parte superiore del corpo e di sviluppare l’equilibrio.

Le origini

Antica e nobile arte, il Bo-jutsu studia il bastone come strumento per combattere. Quest’arma per forma e dimensioni andava dalla tipica clava al modello allungato dell’asta di lancia:

Kiriko-bo: clava di legno
Seki-bo: clave di pietra
Tetsu-bo: clave di ferro
Kana-bo: lunga clava di ferro
Hassaku-bo: bastone lungo
Rokushaku-bo: alabarda
Ham-bo: bastone lungo e sottile
Bokken: spada di legno

La pratica

Il bastone e le altre armi lignee, venivano usate costantemente nelle scuole di Bo-jutsu in cui si praticava il combattimento con la lancia e con la spada poiché erano meno pericolosi delle lame vere e proprie. Questo uso collaterale andò sviluppandosi nel tempo fino a costituire una vera e propria arma di combattimento per i guerrieri più esperti.

Le tecniche

Le specializzazioni dell’arte del bastone si differenziano, quindi, a seconda di quelle armate: il rapporto tra il bastone e l’arma era così stretto che non si distinguevano tecniche o strategie.

Kata: esercizi formali
Honto-uchi: colpi sferrati alle parti superiori del corpo diritti
Guaku-uchi: colpi sferrati alle parti superiori del corpo rovesci
Hiki-otoshi: risposta a un blocco
Kaeshi-tsuki: affondi a mani scambiate
Gyakute-tsuki: affondi a mani rovesciate
Tsuke-hazushi: parata diritta
Maki-otoshi: parata rotonda e bassa
Kure-tsuke: pressione con il corpo
Kure-hanashi: spinta con il corpo
Tai-atari: rotazione del corpo
Do-harai-uchi: parata contro alla metà centrale del corpo
Tai-hazushi-uchi: evasione rotante e parata di contro

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IL TESSENJUTSU. L’ARTE DEL COMBATTIMENTO DEL VENTAGLIO DA GUERRA

Usati nelle grandi cerimonie o come ornamento, i ventagli giapponesi sono considerati da sempre esemplari di artigianato di una eleganza senza pari, ma anche un’arma letale specializzata dell’epoca feudale degli shôgun Tokugawa.

Le origini

Le origini del ventaglio si perdono nei labirinti della storia orientale e si inseriscono nell’ampio raggio delle arti giapponesi: raffinate, folcloristiche, spettacolari e marziali.

In Giappone il ventaglio era largamente impiegato da individui di tutte le classi per gli usi più diversi, dall’agricoltura (per dividere riso, grano e cereali) agli elementi di estetica nelle rappresentazioni teatrali, oppure nelle arti come la danza e la poesia fino ad arrivare agli usi sociali.

L'etichetta del tempo vietava di portare armi all'interno di abitazioni e castelli, per cui i tessen venivano indossati dai samurai come parte dell'abbigliamento, come era usanza fare con i ventagli normali, che avevano un ruolo nelle buone regole della società giapponese. Venivano portati sia infilati nell'obi (la cintura) o tenuti in mano e potevano essere utilizzati come difesa improvvisata. Il ventaglio corrispondeva, infatti, anche ad un’arma letale utilizzata non solo dai valorosi guerrieri bushi, ma anche dai membri di ogni classe sociale giapponese.

La pratica

I ventagli da guerra, il gunsen e il tessen venivano ideati, collaudati e migliorati continuamente secondo il programma di studio dell’arte della spada giapponese.

Sensu-gata: Il ventaglio comune.
Maiohgi-gata: Il tradizionale ventaglio degli spettacoli giapponesi.
Sashiba: Purpureo, a forma di foglia. Intessuti di giunco con un certo numero di supporti radiali e un manico piuttosto lungo che sosteneva il centro, come un raggio prolungato.
Uchiwa: Ventaglio rigido, solitamente tondeggiante con il manico lungo.
Ogi: Ventaglio pieghevole, simile a un settore di disco.
Bessen-gata: Il ventaglio usato per dirigere le truppe militari in guerra.
Gumbai: Ventaglio da guerra del tipo rigido e arrotondato. Veniva utilizzato dai generali per segnalare ai luogotenenti i comandi durante uno scontro armato nel periodo • Tokugawa: Questo particolare tipo di ventaglio è ancora oggi utilizzato dagli arbitri (gyoji) degli incontri di sumo.
Gunsen: Ventaglio pieghevole portato dai bushi in armatura. Tessen Ventaglio in ferro portato con l’abbigliamento di tutti i giorni.

Le tecniche

Il tessen aveva numerose funzioni legate all’interesse del bushi: il guerriero poteva infatti usarlo in combattimento per

• Tirare di scherma
• Deviare coltelli e dardi avvelenati
• Colpire un bersaglio volante

o anche per sviluppare quella coordinazione generale necessaria nella sofisticata strategia delle arti marziali giapponesi. La concentrazione richiesta è, infatti, altissima: senza compiere un singolo movimento superfluo occorre saper mostrare una consapevolezza di sé e dello spazio circostante che il guerriero comprende perfettamente quando fa il suo ingresso nel pericoloso campo in cui esercita la sua arte.

Oggi il tessenjutsu viene ancora praticato da pochi esperti in Giappone, mentre l’antico gumbai compare come complemento di specializzazione nell’addestramento di antiche arti da combattimento come il karate, l’aikido e il kendo. Non è solo negli aspetti tecnici che i vari sforzi richiesti dalle discipline giapponesi tradizionali convergono. Dall’arte di disporre i fiori alla cerimonia del tè e al tiro con l’arco, gli aspetti estetici, la spiritualità e le motivazioni di queste arti apparentemente differenti presentano una meravigliosa somiglianza.

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SUIEI JUTSU

Arte complementare giapponese, il Suiei jutsu rappresenta la disciplina dell’acquaticità, del saper nuotare o attraversare corsi d'acqua indossando un’armatura. L'esercizio del Suiei jutsu costituiva quindi una ulteriore occupazione del guerriero bushi.

Le origini

Per un popolo isolano come i giapponesi il nuoto è sempre stato un’attività naturale e necessaria. Ancora oggi i pescatori ed i sommozzatori nipponici e soprattutto le pescatrici di perle sono famosi in tutto il mondo per la loro abilità in acqua. Nell’epoca feudale questa capacità divenne per il bushi una naturale evoluzione delle tecniche marziali da combattimento.
La particolare specificità del territorio giapponese, continuamente percorso da torrenti, fiumi e laghi, nonché le moltissime battaglie che ebbero luogo nelle immediate vicinanze o addirittura sopra quelle distese d’acqua che dividevano un’isola dall’altra, presentavano problemi specifici che il bushi doveva saper affrontare. La maggiore difficoltà non era data dal solo fatto di saper nuotare, bensì di doversi immergere con addosso l’armatura e tutte le armi richieste dalla sua posizione sociale.

La pratica

Nel Giappone feudale sorsero, per queste motivazioni, scuole specializzate nell’addestrare i guerrieri nella caratteristica “arte del nuoto marziale” conosciuta come Suiei jutsu. Tutti i ryu insegnavano al guerriero soprattutto le tecniche per nuotare con l’armatura; il programma di studi comprendeva metodi ideati per permettere ad un guerriero di rimanere a galla per parecchio tempo o di nuotare per lunghe distanze spesso anche di notte e lontano dalla costa.
Inoltre ogni scuola si specializzò nello sviluppo della capacità di adoperare le armi tradizionali in immersione. Non dovrebbe essere sorprendente, quindi, leggere dell’abilità spesso straordinaria con cui il samurai usava l’arco e le frecce stando in acqua considerando che le piume delle frecce dovevano rimanere asciutte per poterne controllare la traiettoria.

Attraverso l’abilità del nuoto, il guerriero era in grado di affrontare correnti impetuose o di nuotarvi contro, di portare stendardi o bandiere, armi o carichi pesanti e di usare le armi da fuoco anche se completamente sommerso. Il guerriero sviluppò altresì tecniche di lotta a mani nude da applicare sopra e sotto la superficie dell’acqua; egli elaborò l’ashi garami o arte della lotta nell’acqua che comprendeva colpi particolarmente efficaci e raffinati per sconfiggere l’avversario tra i quali vi erano: metodi che prevedevano la possibilità di avvinghiarsi alla gamba del nemico con una forza tale da farlo arrendere; tecniche che consentivano di bloccarlo sott’acqua sino ad annegarlo oppure addirittura modi per sopraffarlo lottando con questi nel cadere da una barca.
Altri stili di nuoto marziale permettevano al bushi di liberarsi da piante acquatiche o alghe che gli impedivano i movimenti delle gambe o l’uso delle armi, di uscire dai gorghi o vortici d’acqua, nonché abilità particolari come l’inatobi (“balzare come una triglia”) che consentivano di spiccare salti dall’acqua direttamente su una barca. Oppure il metodo segreto dello shusoku-garami faceva sì che il guerriero fosse in grado di nuotare anche con gambe e mani legate.

La tecnica

Mentre i vascelli puntavano verso le navi nemiche, i guerrieri lanciavano frecce finché non veniva stabilito un contatto col nemico: a quel punto i bushi si lanciavano sulle imbarcazioni avversarie mostrando le loro stupefacenti abilità marziali. I guerrieri si prestavano a viaggiare lungo il Giappone per addestrarsi nelle varie scuole; fra gli stili principali basti ricordare:

• Nuoto in piedi – Scuola Mukai
Gli esercizi mirano a mantenere il corpo diritto e immobile usando solo le gambe per mantenersi a galla (per esempio cercando di mantenere al di sopra dell’acqua un ventaglio di carta, retto con le dita delle mani o dei piedi) in modo da avere le mani libere per combattere.
• Nuoto nei laghi – Scuola Sasanuma
Questo stile si sviluppò soprattutto nell’isola di Kyushu
• Nuoto in mare aperto – Scuola Kankai
Insegnava a nuotare semi-eretti, attraverso un movimento fluido e circolare delle gambe in acqua.

Vascelli militari giapponesi

O-mi-fune: Usati dall’imperatore
Suzu-fune: Usati dai nobili
O-meshi-bune, goza-bune: Decorati splendidamente, usati dai governatori provinciali
Kobaya: Usato dai guerrieri; era un vascello senza ponte, di dimensioni variabili (poteva contenere da quindici a cinquantadue uomini). Imbarcazione veloce e guizzante era utilizzata, in particolare, per infiltrarsi nel fronte compatto della flotta nemica e spezzarlo.
Seki-bune: Grandi battelli con oltre quaranta rematori, comprendevano un ponte e una tolda. Il contingente poteva salire fino a duecentocinque uomini. Dopo il sedicesimo secolo, era utilizzata anche per portare un grosso cannone e venti moschetti, a dimostrarne la potenza.

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IL BAJUTSU, L'ARTE DELL'EQUITAZIONE MILITARE GIAPPONESE

Il bajutsu è l'arte dell'equitazione militare che, assieme al ken jutsu ed al kyu jutsu , era alla base dell'addestramento marziale di ogni samurai. Conosciuta anche come jobajutsu, quando si riferiva alla terraferma, e suieijutsu o subajutsu per l’attraversamento di distese d’acqua, ha rappresentato per secoli il segno dell’effettivo dominio miliare e politico del samurai giapponese.

Le origini

L’arte equestre risale ai primi secoli dell’età feudale nipponica. Anche in Giappone, così come in Occidente, il cavallo fu utilizzato come compagno in battaglia e divenne uno degli elementi distintivi del bushi. La stessa residenza del cavaliere comprendeva le scuderie e i campi per l’addestramento dei formidabili combattenti.

La pratica

L’avanzata del bushi a cavallo verso le linee nemiche si attuava secondo percorsi irregolari di convergenza, per togliersi dal bersaglio dei colpi nemici. Durante tutto il percorso, il cavaliere scagliava frecce a ripetizione e, solo raggiunta una distanza ravvicinata, utilizzava la lancia o la spada lunga. L’addestramento doveva, quindi, puntare a raggiungere un’abilità di cavalcata tale da garantire la piena mobilità e la perfetta esecuzione delle strategie belliche. Anche il destriero doveva essere in sintonia con la personalità del suo padrone, al punto da agire in sincronia coi suoi movimenti, ritraendosi o impennandosi all’occorrenza. Il perfetto cavaliere doveva, inoltre, saper cavalcare a lungo senza stancarsi, percorrere ogni tipo di terreno ed attraversare fiumi o corsi d'acqua.

Le tecniche

• Si monta a cavallo da destra, gettando il peso sul calcagno e non in avanti
• Le redini si tengono con entrambe le mani fino a quando non si deve combattere
• Durante lo scontro, le redini si fissano vicino alla corazza, le mani sono libere e il corpo asseconda i movimenti sostenendosi al cavallo solo con la forza delle gambe

Equipaggiamento del cavaliere
Uma-yoroi: Armatura da cavallo
Horo: Cappa
Sune-Ate: Schinieri (protezione per le gambe)
Haidate: Cosciali
Muchi: Frustino flessibile

Equipaggiamento del cavallo
Kutsuwa: Morsi, briglie
Kangama-ita: Paraguance
Hanagawa: Cinghie per il naso
Kutsu-wazara: Redini
Atsu-busa: Nappe
Kura-no-baju: Sella con accessori
Harubi: Sottopancia
Abumi, batto: Staffe

La pratica del bajutsu fu abbandonata attorno al 1600 a causa dell’uso limitato dei cavalli per via del loro costo proibitivo legato all’allevamento e al mantenimento. Lo stesso territorio ricco di paludi, isole, campi di riso, colline e rilievi, si rendeva poco adatto all’utilizzo di enormi masse di cavalieri, al contrario di quanto accadeva nelle immense pianure dell’Asia centrale. Inoltre, la relativa tranquillità del periodo Tokugawa e l’assenza di guerre ridussero l’equitazione militare ad una funzione limitata per lo più alle cerimonie, agli eventi emozionanti come la festa Yabusame o ai cortei ufficiali dei governatori delle province.

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BHARAT NATYAM - LA DANZA SACRA INDIANA DA GUERRA

La danza indiana presta all’essere umano, più di ogni altra espressione artistica dell’India, la preziosa apparenza della divinità. Bharata Natyam, dalle sillabe Bha, da Bhava lo stato d'animo, ra da raga, ta da tala e Natyam combinazione fra danza e mimo, è lo stile di danza classica indiana più conosciuto.

Le origini

Il bharat-natyam è la forma più antica delle danze classiche indiane. Ha avuto origine nell’India meridionale e lo praticavano le danzatrici dei templi chiamate devadasi (serve di dio). Da loro deriva il primo nome che la danza ha avuto: dasi attam, altrimenti chiamata Sadir kacheri.
Bharata Natyam, come altri stili di danza classica indiana, possiede una particolarità: oltre a nrtta, cioè l'aspetto di danza pura, possiede natya, qualcosa che potrebbe ricordare la pantomima. Il danzatore si trasforma in attore per raccontare storie. Questa sorta di mimo viene chiamata Abhinaya. Nell'antico testo Abhinaya Darpana (XIII secolo), si trovano descritte tutte le possibilità di espressione delle varie parti del corpo, dai muscoli del viso a quelli delle mani: nove movimenti possibili sono attribuiti alle pupille e alle palpebre; le sopraciglia invece devono saper giocare con sette movimenti, il collo con sei; per le mani sono state codificate ventiquattro posizioni per la mano singola e tredici per le mani in coppia (hasta mudra).

La pratica

Il primo livello di lavoro è quello fisico, come nella danza o nelle arti marziali; qui troviamo una analogia con l’arte da combattimento indiana Kalari Payat in cui la posizione di base con le ginocchia piegate è la stessa della danza. L’energia è concentrata nell’ombelico, la schiena deve essere diritta e il peso egualmente distribuito. Ogni movimento del danzatore è finalizzato alla ricerca dell’equilibrio e si divide in triangoli. Il triangolo è, infatti, considerato alla base dell’energia kundalini che risiede nella zona del perineo e viene rappresentata nel chakra muladhara con la forma di un triangolo.

In uno spettacolo di Bharata Natyam vengono danzati brani tratti dalla letteratura epica e dalla mitologia religiosa. La lingua del canto è il sanscrito, a volte il tamil. Oggi vengono scritte liriche anche in hindi. Il costume della danzatrice e i suoi ornamenti costituiscono un vero e proprio linguaggio: i suoi orecchini ricordano infatti il gopuram del tempio e nei capelli porta i simboli del Sole e della Luna. Sulla nuca si riconosce la tipica acconciatura di gelsomini che termina con una cascata di fiori lungo la treccia. Le mani e i piedi vengono dipinti con una sostanza (alta) che ne evidenzia i movimenti. I bracciali di sonagli alle caviglie, le cosiddette cavigliere, sottolineano il ritmo, marcato a piedi nudi.

I cinque stili classici

Ciascuno dei cinque stili classici della danza indiana, bharat-natyam, kathakali, kathak, manipuri e molini-attam, comprende due parti (margi e desi), tre forme (nrtta, natya e nrtya), due aspetti (tandawa e lasyan) e quattro guide (abhinayas: angina, vacika, aharya e sattvika).
La musica, come la danza, è divisa in due parti, ognuna con delle regole proprie: margi è eseguita per gli dei, mentre desi è destinata ai mortali.

Il nrtta è il tema, sprovvisto tuttavia di caratteri descrittivi. Presenta pochi gesti delle mani e un lavoro incessante dei piedi. Il natya è la danza-dramma nel suo aspetto più completo, che utilizza tutte le risorse della tecnica. Il canto occupa un posto importante; il nrtya consiste in canti che il danzatore interpreta con la danza, con movimenti dolci accompagnati da una musica melodiosa.
Le quattro guide sono le regole che accompagnano i vari aspetti della danza: l’angika abhinaya (gesti estetici) regolamenta la postura e i movimenti; il vasika abhinaya la pronuncia, l’accento e il ritmo; l’aharya abhinaya si occupa del costume e delle decorazioni; il sattvika abhinaya cataloga le rappresentazioni delle otto condizioni psichiche che si traducono con: immobilità, sudore, eccitazione, tremore, cambiamento di colore, cambiamento di voce, piani o svenimento.

Le regole del bharat-natyam

Il bharat-natyam è un’arte difficile. Ciò che appare fluido, aggraziato, facile, esige un allenamento costante e una ripetizione quotidiana di ciascun movimento. La forma della disciplina è alquanto rigida e prevede:
Saustavanga: simmetria perfetta del corpo.
Tryasra: le dita dei piedi dirette leggermente verso l’esterno.
• Grazia delle braccia, movimenti laterali delle mani che gli occhi devono sempre seguire (pratica comune a tutte le danze indiane).
• Passo fermo e deciso; la distanza tra i due piedi, quando uno è sollevato, non deve superare gli otto centimetri.
• Salti e pose semiaccosciate, giri rapidi, passi sulla punta dei piedi o sui talloni, movimenti di spalle e pugni.

Molti occidentali si stanno aprendo a questa arte, realizzando ottimi risultati. Anche lo scambio con le arti marziali è interessante, in quanto il lavoro sull’energia è comune all’arte indiana da cui sono anticamente derivate molte arti da combattimento cinesi e giapponesi.

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SHUAI JIAO E BOKE, LO SPIRITO DELLA LOTTA

Le origini

Lo Shuai Jiao è un metodo tradizionale di lotta cinese progenitore dello judo. Arte nata in Cina circa cinquemila anni fa comprendente la lotta corpo a corpo e le proiezioni, si basa sui principi presenti in quasi tutte le tecniche di combattimento, ossia agilità, scioltezza, coordinazione, equilibrio e forza. Tuttavia i gesti atletici devono essere espressi in maniera armoniosa e il praticante deve possedere un profondo rispetto dell’avversario in modo da non causargli ferite.

L’elegante spettacolarità dello Shuai Jiao

Caratterizzato da grande fluidità dei movimenti, questa arte marziale è alla continua ricerca di morbidezza e sensibilità senza tralasciare efficacia e completezza del combattimento.
Nelle competizioni viene fortemente penalizzata una tecnica di presa statica ed è impossibile utilizzare la lotta a terra.

Per questo gli atleti allenano strategie di squilibrio e inganno dell’avversario, simulando una tecnica per poi portarne un’altra decisiva. Il ritmo degli incontri è piuttosto veloce e variegato da spettacolari proiezioni.

Boke
A differenza dello Shuai Jiao, le origini del Boke risalgono all’XI secolo. L’originalità e la caratteristica bellezza di questa arte che esprime la tradizione e il carattere del popolo mongolo, è oggi praticata e seguita anche dai cinesi.

Boke: il costume tradizionale
• Stivali in cuoio, molto robusti
• Pantaloni ampi, infilati negli stivali e legati in vita con una corda
• Copripantaloni decorativi, legati con cordicelle
• Drappo colorato, posto intorno alla vita
• Fibbia, rivestita di borchie e decorata con placche di metallo incise e colorate
• Giacca di cuoio spesso

Boke: il torneo
• Su terra battuta, ampia area di gara
• Cerimonia iniziale, scambio simbolico di una piccola sciarpa bianca che viene messa intorno al collo del capo squadra rivale in segno di rispetto e lealtà
• Ingresso dei lottatori, con danze tradizionali e saluto fra gli avversari (pugno chiuso e mano aperta)
• È tutto nell’abilità del lottatore, non esistono divisioni di peso o limiti di tempo: il primo che tocca il suolo viene definitivamente eliminato
• Anche le donne, combattono tra di loro
• Premiazioni, sia per chi perde (con oggetti tradizionali tipo coltelli decorati) che per chi vince (al terzo classificato un bue, al secondo un cavallo e al primo un cammello)

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IL BUNKAI NEL KARATE SHOTOKAN

Il termine bunkai nell’originale scrittura giapponese è formato da due cangi (ideogrammi): il primo significa “parte di qualcosa”, il secondo indica l’azione di “slegare, liberare o sciogliere”. Nella sua interezza bunkai vuol dunque dire scomporre, smontare, dissociare e più in generale ridurre qualcosa di complesso alle sue componenti fondamentali. Nel karate la parola bunkai è generalmente usata per indicare l’applicazione pratica di un kata. Anche intuitivamente è facile capire quale stretto legame unisca le due cose, non è infatti possibile parlare del bunkai senza parlare del kata, tanto evidentemente la pratica del primo è legata alla conoscenza del secondo, in un certo senso si può dire che il bunkai si colloca vicino all’estremo finale di un ideale percorso di apprendimento di cui il kata rappresenta il principio. È questa una via complessa, costituita da molti livelli, strati di esperienza e progressione tecnica che si sommano lentamente nel corso degli anni, fino a formare una base solida necessaria per poter andare oltre.

Ogni tappa è ugualmente imprescindibile ai fini del processo formativo ed è quindi importante impiegare tutto il tempo necessario e non trascurare alcun aspetto di questo iter.

A volte può succedere, nella vita come nello sport o nell’arte, che un percorso si evolva seguendo una traiettoria circolare che porta a far coincidere inizio e fine. Quasi a disegnare un cerchio, figura geometrica perfetta per eccellenza. Dunque è possibile che dovendo imparare un nuovo kata si cominci proprio smontandone la sequenza, dividendola in piccole parti per poterla più facilmente studiare e memorizzare. Si parte analizzando in dettaglio le tecniche sconosciute, per arrivare a familiarizzare con la traiettoria degli attacchi e delle parate, il succedersi degli spostamenti e le dinamiche del corpo. Seguono, poi, le fasi che costituiscono o accompagnano tutti i primi periodi di studio di un kata: provare piano, unire le varie parti, provare ancora, provare con più forza, guardare il kata eseguito da chi ha più esperienza e scoprirlo già un po’ diverso; provare ancora, imparare a memoria l’embusen (tracciato degli spostamenti) senza quasi rendersene conto; provare forte, cercare di capire e ricordare il ritmo secondo cui si concatenano le tecniche, contrazione e decontrazione, lentezza e velocità e poi confondersi e provare ancora e ancora.

“Purity is something that cannot be attained except by piling effort upon effort”

Imparare a memoria la sequenza è forse la parte più semplice ed insieme il livello più elementare nello studio di un kata. Sarà da questa struttura primaria, quasi una fragile ossatura che si potrà iniziare o, se si preferisce, continuare un lungo e paziente lavoro di costruzione della forma e di ciò che in essa è contenuto. Rafforzando le ossa, costruendovi attorno i muscoli e i tendini, crescendo pazientemente i polmoni, vene a arterie e cuore. Sia in senso reale che metaforico. Molta parte di questo lavoro è fatto di ripetizione: pensare di fare un movimento non equivale a farlo realmente; farlo qualche volta non equivale a ripeterlo centinaia di volte. Bisogna ripetere un kata molte volte e molte altre ancora per raggiungere una certa padronanza e per poterlo quindi eseguire in una maniera che è più fisica che istintiva. Con una facilità che si raggiunge solo attraverso la reiterazione continua del gesto atletico e che porta infine alla completa metabolizzazione della sequenza da parte della mente ma, più di tutto, da parte del corpo. A questo livello è possibile eseguire il kata senza pensare alla successione dei movimenti, senza dover ragionare su cosa viene dopo e da questo livello ci si può concentrare maggiormente sulla tecnica.

A volte è sufficiente il variare di anche una sola componente nell’esecuzione della tecnica per squilibrare l’azione e costringere a riesaminare tutto l'operato, quando si lavora per migliorare caratteristiche quali ad esempio potenza, scatto e velocità ci si rende subito conto di come la struttura formale, tanto faticosamente costruita, vacilli sotto il peso di nuove difficoltà. Eppure alzare costantemente il livello del propri obiettivi è indispensabile se si vuole avanzare lungo la strada intrapresa. Questo tipo di ricerca è affine e parallela rispetto alla ricerca di una perfezione formale e, forse è superfluo aggiungerlo, ugualmente importante. Il valore di una tecnica esteticamente pregevole ma vuota di forza e consistenza è poca cosa rispetto ai reali obiettivi che ci si pone praticando un’arte marziale. Per questo motivo è necessario mettersi alla prova sinceramente rifiutando la comodità così come l’opacità della routine. Di volta in volta disgregare l’immagine di correttezza esteriore in favore di potenza, velocità ed efficacia o viceversa e poi reintegrare tutto in una continua ricerca di miglioramento. Anche in questo caso è necessario guardare con sincerità e spirito critico il lavoro svolto e i risultati raggiunti, correggersi se necessario e, a volte, cominciare da capo nonostante la fatica che ciò comporta.

Raggiungere un buon livello di padronanza del kata significa conoscerne e soprattutto capirne il ritmo. La dinamica secondo cui si susseguono le tecniche e l’uso del tempo, caratterizzato da pause ed accelerazioni, movimenti lenti e combinazioni veloci hanno un preciso significato, non sempre di facile interpretazione.
Una prima basilare forma di bunkai consiste nell’eseguire il kata cercando di visualizzare l’avversario o gli avversari da cui ci si deve difendere e poi contrattaccare quando si eseguono le varie tecniche. Questo tipo di esercizio non è semplice; nell’esecuzione del kata doti fisiche, abilità tecnica e soprattutto la capacità di concentrazione sono già sollecitate ai massimi livelli, aggiungere un altro elemento stressante costituisce sempre un problema ma, come sempre, anche l’unico modo per migliorarsi. Un escamotage per facilitare questo compito può essere quello di studiare il kata eseguendolo avversario per avversario, dividendolo cioè in microcombinazioni in cui una piccola pausa separa le tecniche dedicate ai vari attaccanti.

“Tra le trappole del valore, la più diffusa e perniciosa è la rigidità, cioè l’incapacità di cambiare il valore dei dati per rimanere fedeli a valori prestabiliti. Nella manutenzione della motocicletta devi riscoprire volta per volta quello che fai”.

Eseguire per la prima volta un kata con avversari reali può rivelarsi esperienza sgradevole e frustrante destinata a rimanere tale per lungo tempo. Questo tipo di allenamento mette a nudo impietosamente le proprie manchevolezze di qualsiasi tipo esse siano. Prima fra tutte l’inefficacia delle tecniche stesse. Movimenti ripetuti migliaia di volta diventano pietosamente incerti: non si riesce più ad eseguire correttamente la sequenza ma non solo, a volte, addirittura a ricordarsela; parate e attacchi risultano così poco reali e l’impressione generale che ne consegue è di profonda inadeguatezza. Ma questa dolorosa sperimentazione serve sempre e comunque, se non altro a porsi delle domande. Ancora una volta, come spesso è accaduto nell’accezione più alta del termine "arte", cambiando alcuni parametri si sono sconvolti equilibri faticosamente guadagnati. In alcuni casi il problema può nascere dal fatto di non aver ancora raggiunto un livello tecnico sufficientemente alto per affrontare questo tipo di prova, ma in generale è possibile che il problema sia fondamentalmente diverso. L’allenamento a cui ci si sottopone così a lungo ed intensamente è altamente specializzante e la struttura sia tecnica che mentale che ci si costruisce è speso così compatta e rigida da escludere necessariamente tutto ciò che devia anche leggermente. Quando ci si trova in una situazione diversa e l’orizzonte mentale in cui si è abituati a muoversi e a vedersi è dissimile e può capitare di rimanere bloccati, incapaci di adattarsi alle nuove coordinate spaziali. L’interazione con l’attaccante va a modificare il ferreo ordinamento delle tecniche all’interno di un tipo di pratica che non prevede avversari reali. Il tempo e il ritmo non sono più una sfida univoca alle personali capacità, la distanza con l’attaccante acquista un’importanza di particolare spessore rispetto a prima. La capacità di destreggiarsi fra queste variabili restando fedeli al kata non è il tipo di abilità che si può acquisire nel giro di pochi giorni. Così come avviene per il kata anche nel caso del bunkai è necessario seguire una progressione graduale che consenta di migliorare costantemente fino a raggiungere la piena padronanza delle tecniche del kata, anche e soprattutto all’interno di un contesto completamente diverso.

“Kata is one thing, engaging in a real fight is another”

Un altro tipo di lavoro molto utile per crescere sia tecnicamente che tatticamente e contemporaneamente per allargare e rendere più elastici gli schemi mentali che ci si è costruiti nel corso del tempo è rappresentato dal bunkai del kion. Solitamente in questo tipo di allenamento la sequenza di tecniche presa in esame è decisamente più breve e perciò meno complessa, questo in un certo senso facilita il compito e permette di affrontare ogni passaggio con maggiore concentrazione. Anche in questo caso, nella fase iniziale, riesce difficile svincolarsi dall’abitudine a interpretare la tecnica nell’unico modo che si percepisce come corretto, assorbito durante anni di allenamento. Così di volta in volta si introdurranno delle piccole variazioni, si eseguirà la tecnica o la sequenza di tecniche a partire da una situazione in movimento oppure si studierà come usare una “finta” o come guadagnare spazio negli spostamenti. Soprattutto si imparerà a gestire tempo e ritmo di uno scontro seppure breve con l’avversario, preludio ed accompagnamento dell’allenamento di kumite.

“Se non si pensa che si è in procinto di colpire, se non si permette che nascano pregiudizi o riflessioni, se, nell’istante preciso in cui si vede la spada che oscilla, questa visione non invaderà totalmente la mente, si potrà intervenire nell’azione dell’avversario strappandogli la spada”.

L’allenamento per il bunkai è strettamente legato al concetto di prontezza, sia fisica che mentale. Ovvero, essere preparati a reagire in qualsiasi situazione, anche la più spiazzante. Essere pronti a muoversi nello spazio in qualsiasi direzione, retrocedendo o avanzando a seconda dei casi, trasformando una parata in attacco o viceversa. Riuscire a reagire in maniera istintiva e quindi velocissima, grazie al sapere e all’esperienza accumulate durante gli allenamenti. Essere decisi a reagire in qualche modo e avere la capacità di farlo. Saper fare quello che è corretto ma anche il suo contrario. Essere sempre pronti.

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MUAY THAI, LA BOXE THAILANDESE

Muay Thai è un’arte marziale tradizionale del popolo thailandese, praticata in Thailandia e nel resto del mondo principalmente nella sua versione sportiva (boxe thailandese), e definita impropriamente con il termine anglosassone Thai boxe (o Thai boxing).

Le origini

Le tradizioni della Muay Thai, tramandate oralmente per generazioni, risalgono a circa 1500 anni fa, in un periodo in cui il popolo Thai lottava frequentemente per affermare e difendere la propria unità nazionale.
Molti secoli dopo, i più grandi esperti di combattimento del tempo si riunirono per codificare e annotare in scrittura le tecniche di lotta con e senza armi, che fino a quel momento venivano tramandate solo oralmente. Il più famoso manuale di Muay Thai, noto col nome Chuppasart, risale al 1350 e cambiò il rapporto tra maestro e allievo, fino ad allora pervaso da un’aurea di segretezza e misticismo. L’innovazione più importante del Chuppasart fu la netta separazione tra la lotta a mani nude (Muay Thai) e la lotta armata (con l’uso di spade, lance, bastoni, pugnali) chiamata Krabi Krabong. Infatti, sino ad allora, le arti di guerra Thai prevedevano sia l’uso delle armi, che l’uso delle tecniche a mani nude.

È sotto il regno di Pra Chao Sua (1703-1709), soprannominato il re tigre per la sua abilità e ferocia di combattente, che la Muay Thai raggiunse l’apice della popolarità. Divenne lo sport preferito dal popolo in un periodo di pace in cui davvero tutti, giovani e adulti, avevano la possibilità di frequentare i campi d’allenamento. Ogni incontro, organizzato dal villaggio che possedeva i propri campioni locali, era un’occasione per scommettere. Tale tradizione è rimasta immutata, ma non le regole dei combattimenti, che a quell’epoca erano durissimi.
Non venivano usati i classici guantoni che possiamo vedere negli incontri odierni di Muay Thai, piuttosto che di pugilato. Infatti i due lottatori, erano soliti bendarsi le mani con corde che, qualche volta in alcuni combattimenti rituali, venivano impregnate con della resina, su cui venivano appiccicati frammenti di vetro.
Inoltre non esistevano le categorie di peso, i rounds con i relativi limiti di tempo, il ring (si combatteva sulla nuda terra), e l’incontro si concludeva fino al fuori combattimento o all’abbandono di uno dei due atleti.
In Thailandia, la Muay Thai fu disciplina scolastica fino al 1920, ma poi venne bandita dalle scuole per l’alto numero di incidenti che si verificavano durante gli allenamenti a causa del mancato uso di protezioni.
Nel 1930 si ebbe la svolta. In quell’anno il governo intervenne obbligando le varie associazioni regionali ad adottare regolamenti simili a quelli del pugilato occidentale, introducendo l’uso del ring, dei guantoni e delle categorie di peso. Con i nuovi regolamenti, ovviamente i colpi letali non vennero più utilizzati ma rimasero nella versione militare della Muay Thai, insegnata all’esercito reale.
È a partire dagli anni ’80 che la Boxe Thailandese-Muay Thai ha iniziato a diffondersi nel mondo, riscuotendo un ottimo successo tra i vari sport da combattimento.

Il significato del rito

Storicamente, i rituali della Muay Thai hanno origini antichissime e sono pervasi da un sentimento prettamente religioso che si collega sia a credenze buddiste che animiste. Questo aspetto è importante per capire come la cultura thai sia ancor oggi legata alla convinzione dell’esistenza di forze spirituali. Innanzitutto lo si può constatare dagli amuleti portafortuna che il thai boxer possiede e da cui trova forza nel momento in cui deve affrontare un incontro: il Mongkon (corona) e il Kruang Ruang (bracciale).
Il primo, posto dal maestro intorno alla fronte del pugile, è un ovale di corde intrecciate (oggi è un ovale in plastica rivestito di stoffa), è un oggetto sacro, e viene indossato prima dell’incontro, durante la danza propiziatoria che poi vedremo più in dettaglio. La credenza è che il Mongkon abbia il potere di preservare il pugile da ferite gravi durante il combattimento, scacciando via gli spiriti cattivi.
Il secondo, invece, non è utilizzato da tutti i combattenti, ma è personale. Legato all’attaccatura del bicipite, viene dato al thai boxer prima di iniziare la sua carriera pugilistica in uno dei tanti campi d’allenamento di cui è popolata la Thailandia. Infatti c’è un periodo di circa sei mesi, in cui l’atleta si forma spiritualmente, e nella cerimonia finale che precede l’entrata al campo, il bracciale viene benedetto dai monaci, divenendo un potente talismano. È facile notare come questi amuleti siano strettamente legati alla cultura tailandese e all’agonismo, ed è quindi raro vederli indosso a pugili occidentali. Per quanto riguarda il discorso dei gradi tecnici, questi in Thailandia vengono usati solo per evidenziare la preparazione nella Muay Boran (la versione marziale da cui trae origine la Thai Boxe), mentre per la Muay Thai atleti e insegnanti vengono classificati esclusivamente in base ai loro meriti e al valore delle loro prestazioni. Nel resto del mondo, invece, i gradi per allievi e istruttori vengono assegnati e rappresentati dal Prajaet, un bracciale posto anch’esso, come il Kruang Ruang, all’attacccatura del bicipite.
Per passare di grado è necessario effettuare degli esami, spesso a livello regionale o nazionale.

Il rituale del combattimento

L’esecuzione di questo rituale avviene prima dell’incontro vero e proprio e segue il ritmo di una musica. È un insegnamento che avviene chiaramente in un contesto diverso dalla cultura tailandese, all’infuori di una determinata credenza religiosa, e ha come finalità la conoscenza fine a se stessa.
La prima parte del cerimoniale, considerata la più importante dal pugile thai, si chiama Wai Khruu, che significa omaggio al maestro. Il pugile ringrazia il maestro per gli insegnamenti trasmessi e si protegge dagli spiriti negativi, dandosi coraggio e sicurezza.
La seconda parte, invece, consiste in una serie di movimenti aggraziati, sempre con finalità propiziatorie, e rappresenta il campo d’allenamento d’origine (ogni campo esegue una propria Ram Muay). Veniva eseguita nel passato, quando i combattimenti non avevano regole e venivano fatti sulla nuda terra, per appunto testare se il suolo presentava buche, sassi o altri impedimenti che potessero ostacolare l’andamento dell’incontro. L’esercizio a ritmo musica ritmata e di sottofondo (i cui strumenti sono generalmente fiati e percussioni), ha però lo scopo ben preciso di scandire i movimenti, per poi sferrare un attacco o difendersi da qualche colpo.
Un altro aspetto importante è il saluto, come forma di rispetto e disciplina. All’inizio dell’allenamento viene praticato un saluto collettivo, disposti di fronte all’allenatore e divisi in tre file: nelle prime linee i gradi più elevati e via via fino ai livelli più bassi.
Pronunciando le parole “Sawaddi Krap”, si giungono le mani davanti al viso, in alto e vicino alla fronte, come nel classico saluto buddista. Il saluto si pratica individualmente ogni volta che ci si accinge ad eseguire un esercizio con il proprio compagno o si rivolge la parola al maestro, e ancora collettivamente alla fine dell’allenamento.

La pratica e le tecniche

In Thailandia, il Thai boxer professionista combatte con un paio di calzoncini sopra il ginocchio con scritte in caratteri tailandesi, senza nessuna protezione (eccetto i guantoni, i bendaggi sulle mani per tenere saldi i polsi, il paradenti e la conchiglia per proteggere i genitali).

In Thailandia, il Thai boxer professionista combatte con un paio di calzoncini sopra il ginocchio con scritte in caratteri tailandesi, senza nessuna protezione (eccetto i guantoni, i bendaggi sulle mani per tenere saldi i polsi, il paradenti e la conchiglia per proteggere i genitali).
In occidente, invece, oltre all’uso dei pantaloncini e di una maglietta giro manica, identica per tutti, che ritrae il logo della federazione, si fa uso di protezioni aggiuntive per evitare gravi ferite soprattutto durante lo sparring (combattimento d’allenamento).

Le principali protezioni sono:

• i paratibie, che proteggono le tibie e il collo del piede
• il caschetto, per la testa
• il corpetto, che protegge tutto il busto
• i paradenti.

Gli allenamenti sono comunque calibrati a partire dalle potenzialità fisiche del praticante e le protezioni hanno il solo scopo di scongiurare spiacevoli incidenti.

La lezione inizia con un riscaldamento fisico iniziale, per proseguire con la pratica di memorizzazione ed esecuzione delle tecniche, la combinazione di queste ultime applicate insieme all’avversario e il potenziamento muscolare degli attacchi e delle difese.
Il potenziamento delle varie tecniche di pugno, calcio, gomito ecc.. si effettua grazie all’utilizzo dei colpitori (sacco pesante, pao) attrezzi che servono per sviluppare potenza e velocità.
Infine lo shadow boxing, o boxe a vuoto, dove gli esercizi vengono eseguiti nel vuoto per aumentare la resistenza, velocità e forma delle tecniche, di modo che queste ultime divengano, con la ripetizione, automatiche.
Una peculiarità della Boxe Thailandese è, oltre al condizionamento muscolare, il condizionamento osseo, cioè l’indurimento delle parti del corpo (ginocchia, gomiti, ma soprattutto tibie) che sono così preparate alle forti sollecitazioni a cui vengono sottoposte durante l’esecuzione di parate e attacchi. Il continuo colpire una superficie, per esempio con la tibia, rende quest’ultima più resistente, forte e insensibile all’impatto.

Evoluzione della Muay Thai moderna

Sviluppatasi in Francia e Olanda, la Muay Thai ha avuto sempre la reputazione di uno sport da combattimento violento, praticato da gente pronta a tutto e ben disposta a combattere per portare a casa un compenso adeguato. Questo pregiudizio è stato alimentato senza approfondire gli aspetti marziali e filosofici di quest’arte marziale, divenuta in seguito lo sport da combattimento che tutti conosciamo: per questa finalità infatti, venne semplificato, modificato e reso meno cruento per un uso più immediato sul ring.
Nel 1992, per iniziativa del governo tailandese, venne organizzato a Bangkok il primo corso per istruttori di Muay Thai non tailandesi (“Farang”). L’idea era che gli atleti occidentali potessero cominciare ad apprendere il background culturale e tecnico di quest’arte marziale, intesa non solo come sport, in cui potessero emergere i valori del rispetto per il proprio insegnante, dell’onore e del sacrificio.
Un altro passo importante viene fatto nel 1998 quando, per opera del ministero tailandese della pubblica istruzione, venne riorganizzato e reso fruibile da tutti gli appassionati il patrimonio marziale dell’antico regno del Siam con il nome di Muay Boran (lotta tradizionale), considerata dal governo tailandese patrimonio e tesoro culturale.
La codificazione in programmi organici e molto dettagliati della Muay-Thai-Boran ha permesso di ampliare il bagaglio di tecniche e i metodi di allenamento utili soprattutto per il combattimento marziale e, per estensione, per la difesa personale in un contesto odierno. Infatti i programmi tecnici sono basati sia sulle tecniche tradizionali che sulle innovazioni metodologiche più recenti e ordinati in ordine crescente per difficoltà ed efficacia.

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LA SCHERMA TAIJI

La Scherma Taiji è un’antichissima arte marziale che è insieme una filosofia, un metodo, un gioco e una rappresentazione della vita. Deriva dal Tai Chi Chuan che oltre ad essere un’arte cinese finalizzata alla ricerca di soluzioni strategiche per poter difendere se stessi, ha assunto anche il nome di Ginnastica di Lunga Vita.

La Scherma Taiji tiene conto dei principi del combattimento vero e proprio, pertanto l’azione preposta all’autodifesa diventa la prima condizione necessaria da cui bisogna cominciare per interpretare al meglio la disciplina. Un attacco è sempre subordinato alla protezione del proprio corpo; in pratica la prima cosa che occorre imparare è mantenere la spada tra il proprio corpo e la spada dell'avversario/partner. Il secondo principio è di mantenere un contatto sensibile fra la propria spada e quella del partner e cercare di sentire, attraverso questa connessione, la sua forza, la sua energia, la sua vera intenzione. Il terzo principio invita a “togliersi di mezzo” quando un attacco arriva direttamente, senza mai cercare di bloccarlo, altrimenti significherebbe applicare forza contro forza che è opposto al principio Taiji del cedere; piuttosto bisogna effettuare spostamenti rapidi del corpo quanto basta per portarsi a distanza di sicurezza, senza estendersi eccessivamente in nessuna direzione e immediatamente riprendere il contatto con la lama del partner.

In Cina la storia della spada risale ad almeno tremila anni fa; svanita da tempo dal mondo militare, essa è rimasta ben presente nelle arti marziali e nel teatro tradizionale. Zhuang Zhi, filosofo e mistico cinese, uno dei rappresentanti del Taoismo dopo Laozi, gli ha dedicato uno dei suoi capitoli (n. 30 “Discorsi sulla Spada”), dove fra l’altro è scritto: “Uno che maneggia abilmente la spada rivela il suo vuoto all’avversario, gli offre un’apertura vantaggiosa, si muove dopo di lui, arriva prima di lui”.
In ogni arte marziale il percorso per divenire esperti (specialmente in quelle che adoperano le armi), richiede molto tempo, pazienza, pratica e un allenamento fisico intensivo. Un allenamento con l’utilizzo delle armi porta a migliorare i propri tempi di reazione, permettendo all’artista marziale di muoversi velocemente e correttamente, potenziando la muscolatura e la coordinazione motoria. Per essere in grado di utilizzare efficacemente varie armi in diverse occasioni, un artista marziale dovrebbe praticare e specializzarsi minimo con un’arma lunga e una corta. L’allenamento con l’arma lunga inizia tradizionalmente con un bastone lungo (kun), mentre quello con l’arma corta con una sciabola (dao). Il bastone lungo è la radice di tutte le armi lunghe (chang bing), e la sciabola è la madre delle armi corte (duan bing); ciò significa che il bastone lungo e la sciabola sono i fondamenti per migliorare ogni gruppo di armi chiamate comunemente wuqi (strumenti marziali). Impugnate dai maestri sciabola, bastone, lancia e spada fendono lo spazio con forza e grazia e sembrano, ai massimi livelli di espressione, acquistare una vita propria.

Nella scherma Taiji si utilizza una spada che non è solo il mezzo per vincere l’avversario ma racchiude in sé significati e valori molteplici. La spada in estremo Oriente, infatti, è la chiave che dischiude l’accesso alla percezione di una dimensione spazio-temporale differente da quella del quotidiano. Parte del corredo sciamanico e rituale di differenti culture, la spada costituisce uno strumento privilegiato per porre in comunicazione il proprio spazio interno con uno “altro” più sottile, meno condizionato dal proprio orizzonte sensoriale più grossolano. È in questo senso che la spada trova la sua ragione d’essere nella pratica del Taiji; offre infatti, una diversa possibilità di percezione degli equilibri del proprio corpo, fisico ed energetico. La spada, come un’antenna, permette di captare energie differenti, dello spazio circostante e dei corpi.

Quale Spada?

Nelle discipline d’armi giapponesi i primi approcci vengono fatti con una spada di legno poiché il legno risulta essere leggero e “vivo”; ciò ne facilita l’approccio iniziale. In seguito si passa ad una spada di metallo. L’acciaio non è meno vivo del legno, ma la sua vita è compressa e nascosta in profondità, e solo la giusta miscela di amore, rispetto, delicatezza, sensibilità e forza possono farla emergere. Purtroppo è molto raro trovare spade da allenamento che abbiano, a parte l’affilatura che per ragioni di sicurezza è meglio evitare, le caratteristiche proprie di una vera spada: giusto bilanciamento, giusto rapporto fra rigidità ed elasticità, prontezza di risposta.

Quale Forma?

In realtà non è molto importante quale Forma di Spada si pratica, ogni scuola di Taiji ha la propria, ciò che conta è che essa sia strutturata in modo da essere coerente con i principi Taiji che si vogliono allenare ed esprimere attraverso di essa. In genere si utilizza una forma piuttosto lunga, ma che, per chi fosse interessato ad una conoscenza di base della disciplina, può essere studiata anche solo parzialmente.
La pratica della Spada Taiji si sviluppa sulle fondamenta già costruite con la forma lenta a mani nude. I principi sono gli stessi, e si suppone che chi si avvicina alla spada li abbia almeno in parte già maturati. Se così non fosse, la spada diverrà uno stimolo in più per riprendere in modo più accurato le basi del lavoro. In effetti ogni modalità di allenamento, pur basata sugli stessi principi Taiji, è destinata a sviluppare specifiche capacità, ognuna delle quali ha poi delle ricadute positive su tutte le altre. Ad esempio, la presenza stessa della spada, il suo peso e l’ampiezza dei suoi movimenti nello spazio tendono ad amplificare qualsiasi minimo errore di esecuzione e di postura, e questo rimanda informazioni molto interessanti sull’esecuzione della forma a mani nude. Abitualmente la Forma di Spada si esegue a velocità nettamente superiore rispetto alla tradizionale forma lenta, il che richiede di sviluppare un’avanzata capacità di controllo del movimento e di percezione della sua struttura interna. Si tratta di includere la spada nella rete di connessioni del corpo, estendendo consapevolezza ed intenzione attraverso di essa, fino a farne, a tutti gli effetti, un’estensione della persona. Si dice che le Tre Armonie Interne del Taiji (Cuore, Xin, o Mente Profonda, e Intenzione, Yi, Intenzione e Energia, Qi, Energia e Forza, Li) devono generare le Tre Armonie Esterne della spada: Occhio e Spada, Spada e Corpo, Corpo e Movimento.

Fonte: www.benessere.com


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